Martedi, Aprile 28, 2009
Ai bambini piacciono le pozzanghere.

I bambini sono. numeri?

di Luca Poma

Il balletto di cifre sull'assunzione di psicofarmaci per l'età pediatrica in Italia apparso negli ultimi mesi sui giornali mette ancor più in risalto il vero problema: quello culturale, la riduzione dell'infanzia a livello di numeri, bambini-oggetto, bambini strattonati di qui e di la. La denuncia di "Giù le Mani dai Bambini", che con le sue quasi duecento associazioni consorziate è il primo comitato indipendente di farmacovigilanza nel nostro paese - è forte innanzitutto nel merito, ed al di la della definizione precisa delle percentuali di un fenomeno che comunque in senso assoluto è in preoccupante crescita in Europa: come dice Agostino Pirella, psichiatra e Presidente onorario di Psichiatria Democratica, ".il farmaco soffre ad essere considerato una merce come tutte le altre". E' una delle frasi che mi piace di più e la ripeto spesso, perché è innanzitutto vera: ormai le tecniche di marketing sui farmaci sono le medesime utilizzate per "indurre" il consumo di telefonini, gadget vari, i-Pod, e quant'altro. Basti pensare che nella vicina Germania è in distribuzione un opuscolo - incidentalmente marchiato Novartis®, uno dei principali produttori di psicofarmaci per bambini al mondo - che sollecita il bimbo stesso ad accettare lo psicofarmaco: bello, accattivante, fumettato ed a colori, il libretto spiega al bambino che se è troppo agitato ed ingestibile, ricevere la pastiglia è l'unica soluzione valida per andare di nuovo d'accordo con i compagni di classe, farsi apprezzare dagli insegnanti e riottenere la - preziosa per chiunque sia nell'età dello sviluppo - benevolenza di papà e mamma. Terribile, angosciante: il bambino come "soggetto diretto di marketing", il tutto venduto con la "scusa" di far sentire "normali" i bambini malati di iperattività (malati di cosa?). Nel mentre un'altra multinazionale finanzia un'equipe di ricercatori a Londra che si sta impegnando a "tracciare" il gene della "timidezza": vuoi mica che il bambino cresca timido, criminale di un genitore? Poi sarà complessato, non si relazionerà con i coetanei, crescerà disadattato. Allora troviamo il gene, correggiamo, normalizziamo, magari con un farmaco, così faremo il bene del bimbo, perché oggi tutto ciò che è "diverso" è patologico, o comunque da guardare con sospetto. No, c'è qualcosa di terribilmente sbagliato in tutto ciò. Dove sono le risorse per la scuola, con i suoi pedagogisti, dov'è la famiglia che si prende cura e carico del proprio figlio, dove sono gli esperti psicologi disposti a battere i pugni sul tavolo per ottenere da questo perverso sistema "fast-food" il tempo necessario per indagare a fondo il disagio e risolverlo, senza la fretta del "tutto e subito", della pastiglietta che - solo apparentemente, ed a quale prezzo? - risolve ogni problema? Mentre le soluzioni dettate dal buon senso latitano, gli interessi commerciali non esitano neppure un minuto: una lieve flessione nelle prescrizioni negli ultimi due anni? Nessun problema, dicono i produttori: chiediamo ed otteniamo dall'agenzia europea del farmaco l'abbassamento della soglia di prescrivibilità per un noto - ed alquanto redditizio: seimila miliardi di vecchie lire all'anno - antidepressivo, il Prozac®. Da qualche tempo lo si può somministrare anche ai bambini di otto anni: trovato il disagio, inventata la cura. Possibilmente che renda.


Pillole d'amore
Antidepressivi ai bambini: necessità o escamotage?

di Marta Lamanuzzi

Senza scopo di lucro, senza pretese, senza mettere nessuno in croce, senza facili attacchi ad istituzioni e gruppi professionali, questi i deficit positivi che avvalorano l'impegno dei membri del Consorzio "Giù le mani dai bambini". In Italia, sulla scia di Gran Bretagna e Stati Uniti, potenti farmaci antidepressivi, come il Ritalin ed il Prozac, sono somministrati sempre più spesso ai bambini che avvisano sintomi apparentemente riconducibili all'ADHD (cosiddetta "sindrome da iperattività"), e questo a loro "non va giù".
Il problema è tutt'altro che semplice e non bisogna cedere alla tentazione di additare capri espiatori e fare, come ci suol dire, di tutta l'erba un fascio. Noi ragazzi del Mosaiko l'abbiamo voluto affrontare, per una sera, insieme ad alcuni esponenti del Consorzio che ci hanno onorati della loro piacevole compagnia. Con noi venerdì 16 maggio in Sala Pessini: il portavoce Luca Poma, dall'ammirevole preparazione e moderazione, il campione regionale di lancio del giavellotto Emmanuele (?), validissimo e umile testimonial e la giornalista Giovanna Spantigati, che ha aggiunto il suo gradevolissimo tocco di classe e umanità.
La campagna, condotta con la collaborazione di enti, associazioni, volontari e movimenti che rappresentano oltre nove milioni di cittadini, non vuol essere una campagna "anti" (anti-psichiatrica, anti-case farmaceutiche...) ma "pro", a favore della cautela, dell'agire consapevole dei genitori, di quel bene preziosissimo che si chiama informazione. Il ricorso agli psicofarmaci non deve essere escluso a priori, occorre però farlo precedere da una scrupolosa analisi dei sintomi volta ad accertarne la necessità, eventualmente seguita dall'applicazione di terapie alternative che prevedono l'intervento di psicologi, assistenti sociali e insegnanti, nonché, se si rivela davvero opportuno, dosarne intensità e durata, tenendo sempre conto degli effetti collaterali.
Estendendo per un attimo il pensiero aldilà della tematica specifica fino ad abbracciare la moderna società occidentale nella sua totalità, è possibile cogliere l'uso crescente e capillare di pastiglie e sostanze sintetiche e farmaceutiche di vario genere come uno di quei sottili, impercettibili processi che si autoalimentano inesorabilmente senza attirare la nostra attenzione. Ne esistono di tutti i tipi: pastiglie per migliorare le prestazioni sportive e sessuali, per essere più vigili o per dormire, per dimagrire, persino per essere felici. Anche se il collegamento non è immediato né sempre giustificato, proprio questa tendenza-abitudine a cercare in qualcosa di "altro" da noi, di esterno, di farmaceutico, parafarmaceutico o anche di indubbiamente dannoso per la salute, il rimedio ai problemi quotidiani, può essere interpretato come una delle cause della diffusione a macchia d'olio di alcolici e stupefacenti tra adulti, giovani e giovanissimi. Il che suscita vivo interesse nell'equipe di Mosaiko che da anni sta conducendo una lotta contro questi "mostri" che minacciano, debilitano e in taluni casi compromettono, le nuove generazioni.
L'infanzia è un momento delicatissimo della vita di ciascun individuo. Un bambino è un uomo in potenza, dentro di lui c'è un talento da far maturare, un coraggio da spronare, una fantasia da stimolare , accanto a paure da debellare, degenerazioni e patologie da prevenire, un'identità in fieri che deve emergere e fortificarsi in un contesto di certezza e serenità. Il ruolo che i genitori rivestono è fondamentale. La famiglia è, e non può non essere, almeno fino al raggiungimento della maggiore età, la cornice di ogni giornata, il nido in cui rifugiarsi nonché l'autorità con la quale misurarsi.
Ho sentito mamme dire che ai bambini non bisogna mai dire di no, devono essere lasciati liberi di esprimere la loro personalità. Errore madornale. I bambini devono temere, nel vero senso della parola, i genitori in alcune circostanze, in quelle in cui disubbidiscono, si comportano in maniera dannosa ed eccessivamente invadente. La vivacità è elemento caratteristico e fisiologico della maggior parte dei bambini, ma essendo ignari della vita hanno un disperato bisogno di una guida, di chi si impegni a insegnare loro cosa è giusto e cosa è sbagliato, a trasmettere pazientemente, giorno per giorno valori e norme comportamentali, affinchè vengano assorbite e facciano di loro persone corrette, rispettose e quindi capaci di costruire rapporti sociali appaganti. Sono fermamente convinta che ad un bambino nel lungo periodo faccia molto più male essere lasciato libero di comportarsi come crede, magari dai nonni, che si sa essere più teneri o con la babysitter, di una sberla quando se la merita.
Non solo le punizioni competono ai genitori. Sempre da loro, al contrario, dovrebbero provenire premi ed entusiastica ammirazione per i piccoli grandi traguardi raggiunti dai loro pargoletti. In una parola: attenzione. Ecco qual è a mio avviso il dono più bello e più importante che mamma e papà devono riservare nel lungo cammino della crescita alle loro creature. Compatibilmente con gli impegni lavorativi dovrebbero cercare di limitare il più possibile le esternazioni dei figli (gesti, comportamenti e parole) che passano inosservati, scevri di controllo e considerazione, di approvazione o rimproverazione.
Per quanto mi sforzi, io, appena ventenne, non riesco a cogliere nemmeno in parte le mille sfaccettature e le profondissime emozioni che delineano la maternità e che solo chi è mamma può comprendere veramente. Per non rischiare di esprimere un parere indebito e superficiale nell'indicare l'insegnamento che riterrei il migliore da elargire ai miei bambini, ho pensato a quello che ho ricevuto dai miei genitori. Ho concluso che da un lato mi hanno allenata a rispettare il più possibile le cose e la dignità altrui e dall'altro che è per loro, oltre che per me stessa, per la gioia che vedo scintillare nei loro occhi per i miei modesti successi, che mi impegno il più possibile, con forza e dedizione nelle attività scolastiche ed extrascolastiche a cui mi accingo.



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Salviamo Gianburrasca

di Antonella Mariotti

Tanti piccoli robot, tutti uguali, bravi e giudiziosi. Composti e silenziosi. Ma è proprio così che vogliamo i nostri bambini? L'allarme arriva dagli Stati Uniti: troppi psicofarmaci ai bambini, che non sono altro che farmaci da adulti ma in dosi ridotte. E adesso in Italia sessantamila famiglie si fanno prescrivere, o è il medico a consigliare loro, il Ritalin, che "anestetizza" i bambini considerati "agitati" o magari solo bambini vivaci, troppo vivaci per famiglie che non hanno tempo per capire da dove arriva il disagio, se di disagio si tratta. Di tutto questo e di quello che purtroppo sta accadendo in troppe famiglie del nostro Paese ha parlato Luca Poma, portavoce nazionale della campagna "Giù le mani dai bambini", in una serata intitolata proprio "Salviamo Gianburrasca". Al tavolo con Poma, Emmanuele Macaluso, campione di lancio del giavellotto testimonial del sito, e Giovanna Spantigati, una dei tantissimi volontari che partecipano al progetto.
"Con gli psicofarmaci si modifica il sintomo ma non si cura la malattia o il disagio del bambino, è un percorso facile e veloce per genitori che ormai sono troppo impegnati in altro che non l'educazione dei propri figli". Luca Poma da ormai diversi anni si occupa di questo che sta diventando un problema anche in Italia, dopo che già lo è da anni in Inghilterra e in altri paesi dell'Unione europea. Sul suo sito Internet ci sono migliaia di pubblicazioni scientifiche sui farmaci per i più piccoli, e soprattutto sui danni provocati dai medicinali.
Ricorrere a una qualunque pillola per modificare noi stessi o il mondo come ci appare è un'abitudine per molti, troppi adulti, incapaci di affrontare le difficoltà della vita, resi troppo deboli dallo stress e troppo affaticati per combattere con le sole forze del nostro organismo. Ma gli adulti compiono comunque una scelta consapevole, non è così per i più piccoli che si fidano dei genitori, di ciò che mamma e papà gli danno la mattina con la colazione. Questi bambini sono adulti che in futuro rischiano di più di altri di tentare il suicidio o di diventare tossicodipendenti. Questi bambini non sognano più e non giocano più con i loro compagni di scuola, saranno bambini perfetti da esibire, ma intontiti, senza emozioni e senza volontà.
Nella platea della Sala Pessini a Castelnuovo Scrivia, ad ascoltare Luca Poma e i suoi collaboratori c'erano anche tanti bambini accompagnati da Mimma Franco, tutti quelli del nostro "Mosaiko Kids", dove i colori della differenza sono importanti, dove proprio la vivacità dei più piccoli è una risorsa, dove giocare con le parole può diventare un perfetto "psicofarmaco" che però non ha nessuna controindicazione.





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Due modi di guardare al mondo

Un pomeriggio con "Le Patriarche", la comunità che aiuta a uscire dal dramma della tossicodipendenza

di Mauro Mainoli

Si può guardare una libellula in due modi fondamentalmente opposti: perdersi nella perfezione del suo volo e nei globi iridescenti dei suoi occhi oppure registrare la crudeltà selvaggia con cui stacca la testa dell'avversario.
Ognuno di noi è stato capace di amare il volo delle rondini senza pensare che le acrobazie aeree straziano moscerini e farfalle. Si può guardare al mondo in due modi fondamentalmente opposti: o adorarne la perfezione delle forme o assorbirne la crudeltà dei meccanismi. Si può non uscire da questa contraddizione, non arrendersi alla volgarità dei rapporti di forza e non arrendersi al tramonto del sole che illuminava i nostri pomeriggi di bambini in corsa dietro al drago della fantasia. Si può far finta di non vedere: trenta milioni di persone che ogni anno muoiono perché non hanno acqua o non hanno cibo, cinquecento miliardi di dollari spesi ogni anno dalla nazione più ricca della terra per comprare e produrre ordigni di morte in grado di cancellare ogni forma di vita dal pianeta, le foreste più belle inghiottite in pochi anni dall'ansia di avere tutti il telefonino e un inutile fuoristrada, i quaranta gradi dei nostri pomeriggi di giugno, una televisione che racconta la gioia del possedere e dell'essere posseduti da chi possiede, la menzogna istituzionalizzata, la salute mercificata, il piacere di sparlare degli assenti come ultimo velenoso scampolo di rapporti sociali. Qualcuno sa, qualcuno sente che questo mondo non ha niente a che fare con il tesoro che porta dentro. Qualcuno sa, qualcuno sente che queste prove teniche di apocalisse sono state cullate e cresciute con cura da ingegneri, avvocati e professori in carriera, gente abituata a collezionare sorrisi, inchini e denaro, gente per bene che si comporta sempre bene, a messa all'ora giusta e a cena con la bottiglia giusta. Qualcuno non ci sta e non vuole sentirsi per bene. Si chiama fuori e cerca altri mondi. La coscienza alterata è vitale, suggerisce potentemente quel che l'uomo non sa e non riesce a vedere, ma l'incantesimo si guasta quando l'uomo è e si sente escluso, e l'ortodossia del prodotto interno lordo non ama le esperienze contemplative. Se ci si sente esclusi, in qualche modo ci si sente anche colpevoli, e la punizione, quando non arriva, dobbiamo inventarcela da soli, cercando proprio quell'evasione che lascia un segno indelebile sulla nostra pelle. In questo mondo in cui ogni bambino che nasce è già cliente di un ospedale, esiste e prospera un mercato anche per chi si illude di ritrovare se stesso nella fuga. Non accetti la felicità in forma di interni in radica e ABS di serie? Ti senti in colpa a scorrazzare sul motoscafo che il paparino si è fatto evadendo le tasse? Non preoccuparti, c'è un mercato anche per te, ci sono migliaia di ettari di papaveri da oppio che l'esportazione della democrazia sulle ali dei bombardieri ha restituito ai bravi contadini afgani, ridotti sul lastrico dal proibizionismo talebano. Usiamo anche te: se non ti metti in riga a comprare gelati e televisori a cristalli liquidi, comprerai l'eroina che tutti sanno da dove arriva e chi la produce ma nessuno osa fermare.
I ragazzi che sono in comunità hanno sbagliato a drogarsi, tutti lo dicono, loro per primi. Sì, hanno sbagliato a farsi del male, hanno sbagliato a sciupare l'immenso dono del ricevere la vita, ma forse l'hanno fatto perché hanno aperto gli occhi su una vita già sciupata. Hanno sbagliato a non capire che anche loro sono stati ridotti a merce, prigionieri di un mercato che casualmente è perfetto per spremere fino all'osso ed eliminare chi non accetta il pensiero unico, un mercato sommerso che lucra sulle pulsioni peggiori così come quello ormai sacralizzato prospera facendo apertamente leva sulla più pericolosa di tutte le pulsioni, quella da cui millenni di tradizione filosofica e religiosa ci mettono in guardia inutilmente, l'egoismo.
E' o non è drogato chi si beve la bottiglietta di Brunello di Montalcino, due grappette per digerire, il whisky per finire la serata in bellezza con gli amici? Il muro di una comunità di recupero è molto più sottile di quel che sembra, e chi sbaglia sulla propria pelle per eccesso d'amore merita senz'altro più stima e più rispetto di chi sbaglia sulla pelle degli altri e per eccesso d'egoismo.



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Io sono semplicemente una mamma

di Giovanna Spantigati

Io sono semplicemente una mamma. Consapevole che il mestiere di genitore è il più difficile ed allo stesso tempo il più meraviglioso. Noi genitori abbiamo una responsabilità enorme. E non esiste il genitore perfetto, così come non esiste il figlio perfetto. Sono due ruoli che da sempre sono agli opposti. Da figlia, quante volte ho pensato: i miei genitori non mi capiscono! E Da mamma quante volte ho pensato: non riesco a farmi ascoltare dai miei figli! Quello che muove un genitore è l'amore incondizionato, disinteressato, un amore sublime. Perché sai che non ti ritornerà mai indietro, e non ti importa. Quello che muove un figlio è il bisogno. I genitori sono le uniche vere radici. Cercano una figura solida, una guida, un riferimento coerente. Cercano la verità; le bugie li distruggono. E tu, genitore, non appena il tuo bambino nasce hai mille aspettative, poi capisci che la meraviglia non è il potere che hai su di lui, vedere la tua continuazione, ma avere la gioia di conoscere una persona nuova, un mondo diverso da te. E mentre gli dai la mano per accompagnarlo nel cammino della vita lo osservi con stupore, con curiosità, con gioia. E impari - si, perché genitore si impara con tempo e pazienza - che se vuoi veramente aiutarlo a crescere non puoi sostituirti a lui, ma puoi, devi, stare al suo fianco. E quando cadrà non serve aiutarlo a rialzarsi, ma sorridergli fiduciosa insegnandogli che ce la può fare. Aiutarlo a crescere senza distruggere i suoi sogni, i suoi desideri. Ascoltarlo, sempre, senza suggerirgli le risposte, senza indicargli le strade più facili che sono solo quelle che porteranno alla non accettazione delle difficoltà, alla rassegnazione ed alla frustrazione. Solo così imparerà che, sebbene sia innegabile ed inevitabile che la vita sia difficile, lui ce la può fare a risolvere i problemi e può scegliere di essere felice; così imparerà ad avere fiducia in se stesso e negli altri. E potrà dare senza pretendere. E quindi potrà amare.
E per trasmettergli e insegnargli l'amore la prima cosa è insegnargli il rispetto . Rispetto della natura: prenderlo in braccio e dirgli: guarda che bella la montagna! Regalargli un gattino cosicchè impari ad accarezzarlo, ad accudirlo; Insegnargli il rispetto degli altri, delle persone diverse da lui. Ma innanzitutto il rispetto di se stesso. Il rispetto dei genitori, il rispetto della maestra, il rispetto degli animali, il rispetto della vita. Il rispetto di chi ha la pelle di un colore diverso dal suo, il rispetto di un disabile.
Il potenziale di un bambino è enorme. Guai a tarpargli le ali. La sua creatività non ha limiti. E io mi trovo qui, perché appoggio i ragazzi del Mosaiko che fanno un lavoro meraviglioso: credono nei giovani e vogliono aiutarli a crescere. Contro le facili scappatoie, contro la droga, in nome della fiducia in un mondo migliore. E allo stesso tempo sono qui con Giù le mani dai bambini perché la creatività di un bambino sarà il motore delle generazioni future. E i ragazzi del Mosaiko ci credono fermamente. E non solo loro. Dovete sapere che dall'altra parte del mondo, in Australia, a Melbourne, c'è un ragazzo che si chiama Alex Formston. Alex in questo momento (dato che lì è già domani) sta andando all'università. 21 anni, una famiglia di 5 persone e lui, per aiutare i genitori si mantiene gli studi. Stasera infatti, dopo l'università, anziché rientrare a casa, Alex andrà a lavorare in una ristorante. E quando tornerà a casa, non andrà subito a dormire. Aprirà il portatile e guarderà la sua posta elettronica. Potrebbe esserci una mia mail. Alex,un ragazzo inglese che ha vissuto parecchi anni in Italia, crede in giù le mani dai bambini, e non vuole che i suoi futuri figli crescano in un mondo senza informazione. Alex è il supervisore dei testi per il sito di giù le mani dai bambini affinchè il sito possa essere tradotto anche in lingua inglese ed essere letto in tutto il mondo.
Alex, i ragazzi del Mosaiko, tutti i volontari di giù le mani dai bambini. ma quanti ragazzi meravigliosi ci sono! Non è vero che non ci sono più ideali, che i ragazzi non hanno una morale, che non hanno obiettivi; questi ragazzi sono pieni di entusiasmo, di vita, di amore e di rispetto. Noi abbiamo un'enorme opportunità: quella di imparare da loro, mettendo via la nostra presunzione, la nostra arroganza, e, fondamentalmente, le nostre paure. Grazie, ragazzi.



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Il giro del mondo in otto litri
Shell Eco-Marathon, la sfida all'ultima goccia.
Veicoli fantascientifici partoriti dalla mente inquieta di giovani studenti, 250 equipaggi da tutto il mondo, consumi che farebbero fallire tutte le compagnie petrolifere, compresa quella che sponsorizza la gara.

di Mauro Mainoli

Non è fantascienza - anche se i prototipi che girano ogni anno sul circuito di Nogaro, in Francia, sembrano astronavi in miniatura - ma scienza pura distillata dai sogni inquieti e geniali di studenti che sanno quanto il futuro di questo pianeta sia nelle loro mani. La sfida che il nuovo millennio impone a qualunque persona ragionevole, loro la prendono di petto: se la Scienza è causa di buona parte dei mali che affliggono la terra, dalla Scienza qualche risposta incisiva dovrà prima o poi arrivare. E da dove cominciare, se non da quel piccolo demonio di latta che ogni pubblicità ci insegna ad amare e che ogni giorno ci ruba l'aria da respirare, lo spazio in cui muoverci, il silenzio e il respiro dei luoghi, una buona fetta dei nostri sudati risparmi, centinaia di preziose ore perdute tra un semaforo e l'altro, il piacere di sentirci sani? Già, proprio l'automobile, geniale invenzione di fine '800 che in un secolo ha reso irriconoscibile la terra. Non esiste città in cui l'aria non sia talmente avvelenata da imporre scelte drastiche di ripensamento della mobilità urbana. I tempi sono cambiati, dirà qualcuno, i motori sono diversi, ora ci sono "euro 3", "euro 4", le marmitte catalitiche e motori che non consumano quasi più nulla, insomma tutto il meglio della tecnologia disponibile. Il meglio? Quanto fa il vostro gioiello di casa con un litro? Diciotto? Venti? No venti no, non esageriamo, sarebbe troppo bello. Ebbene, nessuno ve l'ha detto, e questo è grave, ma siete al Paleolitico del motore, avete in casa dei fossili. Vent'anni fa due scienziati americani che lavoravano al laboratorio di ricerche della Shell in Illinois hanno pensato di inventare una gara a chi riduce al massimo i consumi. La Shell ha deciso di patrocinarla (e su questo ci sarebbe da riflettere a lungo) e nel 1985 è nata la prima edizione della Shell Eco-Marathon, che si disputa sul circuito di Nogaro, in Francia. Quanti chilometri fece con un litro di benzina il prototipo che vinse l'edizione di vent'anni fa? Provate a dire. Trenta? Addirittura sessanta? Aprite le orecchie: fece 640 Km con un litro di benzina, avete capito bene, SEICENTOQUARANTA, anzi 640,482 per l'esattezza. Sapete dove siamo adesso, vent'anni dopo, come record assoluto di Km/litro? Provate un'altra volta a indovinare: 700? Magari siamo arrivati al folle record di 1.000 Km con un litro di benzina? No, siete lontanucci, i soldi che lasciate ogni giorno al benzinaio vi tengono prigionieri del passato. Record 2005 conquistato dal prototipo Pac Car II, messo a punto dall'ETH (Istituto Federale di Tecnologia di Zurigo, Svizzera) sul circuito del Centro Tecnologico Michelin a Ladoux (Clermont Ferrand): 5.385 Km al litro, CINQUEMILATRECENTOOTTANTACINQUE, il giro del mondo con otto litri di benzina.
Questi straordinari gioielli di tecnologia ecocompatibile e pulita, ovviamente, non hanno nulla a che vedere con le automobili che siamo abituati ad usare. Pesano al massimo 160 Kg, viaggiano alla velocità di una bicicletta e possono portare una sola persona. I veicoli che partecipano alla Shell Eco-Marathon sono divisi in due categorie: prototipi (veicoli a tre o quattro ruote concepiti per spingere al massimo il risparmio di carburante) e UrbanConcept (veicoli a quattro ruote somiglianti agli automezzi che si utilizzano normalmente). Ogni veicolo deve essere guidato da un pilota del peso di almeno 50 Kg e deve percorrere 7 giri del circuito di Nogaro (per un totale di 25,272 Km) in almeno 50 minuti e 34 secondi, cioè non può scendere sotto i 30 Km/h. La velocità non conta, purché sia appunto superiore ai 30 all'ora, quel che conta è il consumo di carburante. Al termine della prestazione il serbatoio viene smontato e pesato con una bilancia di precisione per determinare l'effettivo consumo, che viene ricalcolato in Km/l ipotizzando l'uso della benzina super SP 95 della Shell. Qui il discorso si fa un po' più complicato perché i carburanti e tipi d'energia ammessi sono di varia natura: benzina, diesel, GPL, etanolo, idrogeno, solare e altri. Qualunque sia il tipo di combustibile usato, si terrà conto del potere calorifico inferiore del carburante, cioè dell'energia prodotta dalla combustione completa di un'unità di massa a 15° C. Il consumo viene espresso poi in Km al litro di benzina, calcolando, cioè, quanti Km il rendimento di quel tipo di motore permetterebbe di fare con un litro di SP 95 della compagnia petrolifera che sponsorizza. Il prototipo Pac Car II, che ha polverizzato ogni record fino alla stratosferica cifra di 5385 Km/litro, per esempio, non funziona a benzina ma a idrogeno. Pac sta appunto per pila a combustibile, che in pratica ricombina idrogeno e ossigeno generando una corrente di elettroni che permette di far funzionare il motore elettrico, con effetto inquinamento zero (calore emesso a parte) visto che idrogeno e ossigeno ricombinandosi formano semplicemente acqua. Pac Car II ha percorso i 25 Km del circuito di Ladoux utilizzando poco più di un grammo di idrogeno liquido, il che ricalcolato in termini di consumo in benzina significa appunto 5385 Km con un litro di super.
Ma la storia della Shell Eco-Marathon in vent'anni si è riempita di veicoli a benzina e diesel che hanno percorso distanze fino ad allora inimmaginabili con poche gocce di carburante. La fantasia degli studenti ha scavalcato con un balzo gigantesco gli scenari angusti delle case automobilistiche, dalle scuole superiori e dalle università sono usciti progetti che guardano ad un futuro radicalmente affrancato dal tetro orizzonte di guerre petrolifere che domina la cronaca quotidiana. Ricercatori e studenti (anche Italiani, la Fondazione Politecnico di Milano per esempio ha collaborato alla realizzazione del progetto XTeam, 45 studenti e 21 professori che nell'edizione 2006 sono arrivati ad un bel 464 Km al litro nella categoria UrbanConcept) hanno potuto agire in piena libertà e dare espressione concreta ad una tecnologia veramente al servizio dell'uomo. I prototipi che girano a Nogaro sono ben lontani dall'essere veicoli adatti al trasporto di persone e cose, raggiungono, come si è detto, velocità da bicicletta e sembrano astronavi per folletti. Ma tra i 5385 Km al litro di Pac Car II e i 16 Km al litro dei nostri sogni-incubi a quattro ruote dovrà pur esserci una via di mezzo, ed è triste che tutti i progetti avveniristici lanciati e promossi dalla Shell Eco-Marathon non abbiano mai avuto una ricaduta concreta e non abbiano mai suscitato l'interesse delle case automobilistiche, il che getta un'ombra non proprio sottile sull'intera manifestazione. Il nome stesso che porta, d'altronde, è fonte di qualche polemica: alla fine, in fondo in fondo, che interesse ha una compagnia petrolifera a ridurre i consumi a zero? Forse guarda molto lontano, al business futuro delle energie alternative, o forse è più semplicemente felice di poter affiggere alla propria facciata da vent'anni il quadretto idilliaco dei piccoli, innocui bolidi che consumano zero ma non escono dalla pista. E poi, quale governo scalpiterebbe per dimezzare l'utilizzo di derivati del petrolio, dal momento che sulla tassazione dei carburanti si basa gran parte degli introiti dello Stato? E cosa succederebbe agli equilibri geopolitici del pianeta se le automobili viaggiassero con un goccio di benzina? E, d'altra parte, avevate forse mai sentito parlare della Shell Eco-Marathon?



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Caro genitore, ti scrivo
Essere figli, col senno di poi.

Le parole che non sono mai arrivate e le parole che non dovevano arrivare

di Mimma Franco

Caro genitore ti scrivo, facendo finta che gli anni non siano passati e che tutte le pagine più intense della nostra vita siano ancora da riempire. Ti scrivo perché, ora che conservo ancora in me l'istinto di figlia ma ho conosciuto i tormenti dell'essere genitore, riesco a vedere con una certa chiarezza che tutto il dolore e la gioia del nostro crescere dipendono dalle parole che sappiamo scambiarci. Ho capito quanto la parola è importante, ho capito che alle parole devo sensazioni, emozioni, illuminazioni e delusioni.
E allora voglio scriverti, perché so finalmente quanto sarebbe stato gratificante dirci le parole che non ci siamo detti.
Di certi episodi si hanno ricordi nitidi e intensi, come se fossero accaduti da pochi istanti, con lo stesso carico di sofferenza che avevano quando li abbiamo vissuti.
Dov'erano i miei genitori quando si trattava di portarmi a scuola? Dov'erano quando volevo dividere con loro l'emozione di salire sul palco davanti ai miei compagni e agli altri genitori per il rito della recita scolastica? Dov'erano quando mi sentivo una bambina incapace di difendersi? Ero sola e mi trovavo a piangere e pregare per avere dei genitori che si mettessero lì, tutti per me, a guardarmi negli occhi e a ragionare di tutto.
Caro genitore, non ti spaventare, era solo un esempio piccolo piccolo, ma ci sono situazioni che possono ferire nel profondo anche se sembrano inezie. Ci sono situazioni che un bambino non sa gestire e di cui si sente tragicamente vittima. Ci sono parole non dette che si dovevano dire e ci sono parole dette che non si dovevano dire. Certe parole che non avrebbero dovuto precipitare sulle orecchie dei vicini di casa o degli amici più affezionati e certe parole che, se avessero avuto la forza di uscire, avrebbero asciugato ogni lacrima.
Perché parlare con i propri figli al momento giusto è il modo migliore per proteggerli da ogni ferita, da ogni ansia, da ogni sconforto. La vita deve essere affrontata, a nulla vale segregare i figli nella prigione degli affetti domestici e illudersi di proteggerli rinchiudendoli in casa, pensando così che tutto debba correre liscio senza darsi la pena di discutere di quel che c'è al di fuori della porta. Avevo 13 anni, non ero mai uscita di casa da sola, forse solo per prendere il latte, ma sempre sotto lo sguardo attento di mia madre. La prima volta che uscii senza nessuno che mi sorvegliasse ebbi quasi uno svenimento. Quando fui in strada tutto mi sembrò minaccioso e scappai di corsa nella mia stanza. Questa sensazione di paura mi ha accompagnato per molti anni e torna ancora oggi quando mi trovo per strada da sola. Forse bastava parlare a lungo di quel che sta dietro la porta senza mai avere la paura di aprirla. E poi, quando la porta si richiudeva alle nostre spalle, forse bastava coltivare il naturale desiderio di raccontarsi cos'era accaduto, piangere insieme quand'era il caso di piangere, ridere insieme quand'era il caso di ridere. Ma chiudere la porta in silenzio, quello no, quello mi umiliava, quello non era proteggermi, quello era semplicemente togliermi la libertà. L'umiliazione non aiuta a crescere, è una scorciatoia troppo semplice, è una tentazione che può segnare per tutta la vita. Chi è stato umiliato, chi è stato privato della propria libertà e della propria dignità, finirà per vedere nei rapporti di forza la soluzione più efficace e diretta, tralascerà il dialogo e finirà per percorrere la stessa strada, l'unica che conosce in ogni sua familiare tortuosità.
Caro genitore, quante volte ti sei seduto davanti a tuo figlio guardandolo negli occhi e cercando il suo cuore? Magari stringendogli le mani per fargli sentire la tua presenza e la tua partecipazione. So che non è facile, che sei sempre impegnato sul lavoro. C'è sempre qualcosa da fare, ma questa volta io ti chiedo di fare il genitore, cioè di parlare.



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IL "BABY-ALCOLISMO"

di Marta Lamanuzzi

I dati presentati all'Istituto superiore di sanità sono sconcertanti: a eccedere nel bere è il 30% dei ragazzi tra i 13 e i 15 anni che consumano in media quattro bicchieri a serata, tre per le ragazze. I più gettonati sono birra, aperitivi alcolici e vino. Si tratta di un fenomeno allarmante e capillarmente diffuso.
Si beve soprattutto di sabato, ma non solo. La serata inizia con l'happyhour, un "negroni" per stare sul classico, uno "spriz" per cambiare o l'aperitivo della casa, fruttato e zuccherino. Se il buffet, salatissimo e abbondante, tra patatine e noccioline, una focaccina dopo l'altra, alimenta troppo la sete si passa al secondo "bicchierone", magari al terzo. A seguire si opta per una pizza immancabilmente accompagnata da un litro di birra. Poi di nuovo al bar, l'"after dinner" è il momento degli "shottini", dragoni verdi e ciupiti, forti e concentrati, da ingoiare uno dietro l'altro, sono ideali per portare rapidamente il tasso alcolemico alle stelle. Non è ancora mezzanotte e i ragazzi già si aggirano per le strade barcollando e canticchiando, sorreggendosi a vicenda, ma il divertimento è appena cominciato. Grazie a questi preparativi in discoteca, il ritmo della musica martellante penetra meglio nelle vene stordendoli ulteriormente, e scandendo, sorso per sorso, l'ennesimo simposio. Sono proprio rum e coca, vodka-lemon e caipiroska, le consumazioni più "in", generalmente, a dare la botta di grazia, cosicchè vomitando "gloriosamente" nei gabinetti dei locali o agli angoli delle strade si conclude la loro serata.
Sembra una parodia, purtroppo è tutto vero. Per gran parte dei giovani ubriacarsi tutti i sabati fino a rimettere è totalmente normale. Al loro comportamento, che essi ritengono l'unico compatibile con i concetti di svago e divertimento, gli studiosi hanno dato il nome di "binge drinking", il bere compulsivo, il nuovo modo di bere dei giovani che sta assumendo sempre di più le caratteristiche delle tossicodipendenze. Il bere non riverbera involontariamente nella sbornia, è dichiaratamente, ossessivamente finalizzato ad essa.
Molteplici fattori concorrono a "scagionare" l'alcool, a offuscarne la nocività a farlo percepire come anni luce distante dalle droghe. Innanzitutto su tutti i canali vengono trasmessi spot che invitano a consumare Whisky, vino e Bacardi; nei supermercati acquistarli è facile e il loro costo è ridotto. Nessuna scritta simile a quelle presenti sui pacchetti di sigarette ammonisce chi ne fa consumo. Anche a casa vi sono alcolici e i famigliari bevono spesso vino a tavola e un amaro o un digestivo a fine pasto. Spesso manifesti e campagne esortano i giovani a non bere prima di guidare, a non bere e mettere in pericolo sé stessi e gli altri, ma raramente invitano a non bere e basta.
Il problema è serio e urgente e va affrontato come tale, eliminando innanzitutto dall'immaginario collettivo la spontanea ma deleteria e indebita sottovalutazione cui il consumo di alcool spesso è soggetto, soprattutto in relazione alle altre forme di dipendenza. I danni che il metabolismo ancora acerbo e l'intero organismo dei baby alcolisti stanno subendo sono notevoli e irreversibili. Occorre correre ai ripari al più presto.



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E' una specie di calamita.

di Alessandra Santi

Salgo assonnata, cerco un posto e appena mi addentro nella carrozza, noto i visi delle persone già sedute: qualcuno mi guarda con sospetto e pensa:" No, non sederti qui o mi devo stringere..", altri con aria rassegnata " Se proprio hai scelto me come vittima, siedi, tanto qualcuno doveva pur farlo".
Sono solita scegliere il sedile più vicino al finestrino per poter appoggiare la testa e riposare, e se c'è il sole il lato dove sono sicura che mi illuminerà il viso.
Da questo momento comincia lo scambio di sguardi tra me il personaggio (perché di personaggi si tratta) che mi trovo di fronte. Nel migliore dei casi c'è qualcuno che dorme, con cui ovviamente non c'è alcuno scambio, che posso però osservare con cura, pensare a cosa fa nella vita, perché quel giorno è vestito così e perché, perché, perchè.
Ci sono altri "soggetti" che leggono, ascoltano la musica, guardano fuori dal finestrino o, nel peggiore dei casi scrivono, come sto facendo io in questo momento. Se i soggetti sono impegnati in una certa attività, allora ogni tanto gli sguardi si incorciano e anche se non sono veramente interessata a chi ho davanti, non posso fare a meno di distogliere lo sguardo da ciò che mi attira. È una specia di calamita. In quell'ora che trascorro sul treno stringo rapporti con un'infinità di persone, da uno sguardo appunto, da una smorfia di consenso e qualche volta da qualche discorso senza senso sul cattivo tempo o il disservizio delle ferrovie.
Ad esempio, in questo momento, la ragazza di fronte a me sembra molto incuriosita dal mio scrivere e scarabocchiare continuamente parole. Parla con la mamma e la sorella e sicuramente si domanda cosa sto scrivendo, o forse pensa che sono pazza a scrivere e guardare fuori dal finestrino, ride, si passa una mano fra i capelli: tutte le volte che alzo lo sguardo, lei, mi sta guardando. La capisco, anche a me capita, non lo fa apposta, è la calamita, c'è qualcosa che la spinge a farlo.
In ogni gesto che compiamo, in ogni sguardo che lanciamo c'è un messaggio, una piccola richiesta d'affetto, un sentimento, una storia che inizia e si conclude in pochi minuti. E anche se il tragitto sul treno, la fermata dell'autobus o anche in una semplice coda allo sportello di qualche ufficio possono sembrare noiosi, una perdita di tempo, basta cercarsi qualcuno da "amare" per poco tempo, a cui sorridere prima di andarsene via.



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