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Mercoledi, Ottobre 27, 2004

                                  


Vorremmo lanciare un sasso nello stagno, sperando che i cerchi nell'acqua lo smuovano e ne raggiungano le sponde. Il sasso non è nemmeno leggero, contiene storia, caratteristiche e sentimenti di una larga comunità di persone. Argomenti colpevolmente ignorati dai media torinesi, e che riguardano il Torino Calcio.
Contiene le impurità e le menzogne con cui la comunità granata è stata molestata in questi anni, la passione senza confini di una tifoseria che si nutre di orgoglio e coraggio, che ha nella lealtà e nello spirito indomito i propri elementi distintivi, che con fierezza e dignità cerca di dare ossigeno alla speranza di un riscatto.
E' un sasso contro la boria, l'alterigia, l'autocompiacimento di chi troppo ottiene e poco merita.
Contro l'ostentazione di successi alterati dalla disonestà e dallo strapotere economico e politico.
Lanceremo questo sasso, augurandoci che cada in uno stagno vero, e non nella solita pozzanghera nascosta sotto il pelo dell'acqua, pronta ad ingoiare e soffocare ogni iniziativa.


Comitato Dignità Granata


comitato.dg@email.it


 




scritto alle 09:24 ::    COMMENTI

Lunedi, Ottobre 25, 2004

L'accusa


 


La storia nascosta



C'è una storia nascosta, nella mia città.
Una storia autentica, con i suoi eroi ed i suoi miti. Fatta di racconti tramandati, d'immagini sbiadite dal tempo e colorate dai ricordi. Fatta di nostalgie e speranze, di drammi e di gioia, di disfatte e resurrezioni.
Fatta anche di date e luoghi, come ogni storia che si rispetti.
Già, anche di luoghi.
Il primo è a Superga, sulla collina torinese, dove sorge la splendida basilica e dove, il 4 maggio del 1949, si consumò la tragedia. Ora, in quel luogo, nel punto esatto dove questa avvenne, c'è una lapide.
Senza luci, senza una protezione dai vandali che su di essa accaniscono la propria impunità e stupidità. Senza i fregi che la ornavano in origine, spariti ormai da tempo. Senza un cancelletto che ne tenga almeno lontani i pennarelli.
Solo una lapide con una trentina di nomi scolpiti, qualche fiore, un paio di sciarpe granata perennemente inzuppate di pioggia e nebbia. Qualche lettera rinchiusa nel cellophane, un gagliardetto. Nient'altro.
C'è un museo, nelle viscere della Basilica. Un museo con i pochi reperti dell'epoca, salvati dal fuoco e dalla distruzione grazie a mani ora vecchie, ed esposti come laiche relique.
Se ne deve andare, quel museo: non è il suo posto, s' intima e si decreta.
Quello è luogo per monarchi, per i loro divanetti in stile, per i loro armadietti istoriati. Roba sacra, s'insinua. Cose catalogate, di valore immenso e stabilito. Articoli da esperti, da studiosi, da intenditori. Da mani lisce e curate: da mercanti.
Non può essere mischiata a volgari e tarlate magliette da calcio, a cartoline, foto, lettere, documenti bruciacchiati, alla ruota di un aereo. Oggetti comuni, appartenuti ad esseri umani, non a re o regine. Cose profane, ma che ricordano i rari momenti di gioia per un popolo ancora sotto le macerie della guerra. Articoli senza prezzo, a meno che anche l'affetto ne abbia uno. Simboli, forse, ma di speranza e riscossa.
Non possono stare vicine, le due cose, nemmeno in stanze diverse, neanche in ambienti separati. Il Museo del Grande Torino deve andare via. Sì. ma dove?
C'era un altro luogo, dove per lo stesso popolo sorgeva una sorta di tempio. Solo uno stadio stavolta, niente di più. Però era bello, con gli spalti raccolti attorno al campo, con le sue tribune in legno, con i suoi pali squadrati. D'inverno potevi vedere il fiato uscire dalle bocche di chi ci giocava, potevi sentirne la voce, potevi fare ascoltare loro la tua.
Potevi chiacchierare con altri amici, aspettare l'uscita di Meroni, di Ferrini, di Sala, di Pulici. Nel frattempo sbirciavi i progressi dei ragazzini della primavera, ansiosi di attraversare quei dieci metri di cortile che li separavano dai campioni. E tu, ancora più speranzoso di loro, ne scrutavi gli occhi, le movenze, ne sognavi il successo, li incoraggiavi. Ogni giorno, per generazioni.
Dava fastidio anche quello. Lo dava a chi dei monarchi si è sempre ritenuto erede e nella città, che considera sua, non ha mai gradito vie, piazze, palazzi, teatri, cinema, circoli, campi da gioco che non fossero a lui dedicati o di cui non possedesse le chiavi.
Pure qui gli esperti dalle manine candide si erano documentati, dicevano di dover proteggere, garantire, tutelare, sovrintendere.
Si saranno distratti sfogliando listini o passeggiando per pinacoteche, così hanno impiegato qualche giorno di troppo. C'è chi pensa l'abbiano fatto apposta.
Così, scoccata l'ora "x", le ruspe sognate dal principe e guidate da un sicario incravattato, hanno distrutto, violato, strappato, calpestato, schiacciato. Bruciato, ancora una volta...
...Ed ancora una volta qualcuno è riuscito a salvare una panca, qualche scarpetta, un numero d'armadietto, un pallone.
C'è una storia nascosta, nella mia città. Ma che è passata da padre in figlio, da bocca in bocca, da libro in libro da più di cinquant'anni. Una storia che nessuno dimentica, che cova sotto la cenere ed anche sopra.
Basterà un soffio di vento più forte, ed agli esperti in distruzione, in false promesse, ai politicanti in mezze maniche perché mezzi uomini, ai falsi sovrani reduci dalle fonderie in disarmo ed ora riciclatisi alla sicurezza del cemento, inizieranno a scompigliarsi le parrucche, a sollevarsi le gonnelle, a sfilarsi le giacche, mostrando infine al mondo la loro vera figura: quella di impostori.
Aspetto quel giorno, lo aspettiamo in tanti quel benedetto giorno. E lo facciamo da qui, tra i ruderi ed i cespugli del nostro mai dimenticato Filadelfia.


 









 



La congiura del silenzio


Torino, dal punto di vista calcistico, ma non solo, è divisa in due entità, ciascuna delle quali con motivazioni sportive, storia, caratteristiche, immagine e quant'altro ben distinte ed estremamente diverse l'una dall'altra. Del Toro sappiamo tutto: una squadra con un passato glorioso, tragico, ormai diventato mito e con un presente che peggiore non poteva essere. L'altra entità è la diretta emanazione di un potentato economico e politico, non solo cittadino. Torino non è Milano, dove due squadre con pari dignità pagano il dovuto per utilizzare San Siro. Non è nemmeno Roma, dove due squadre, sempre di pari dignità, possono comunque contare su un appoggio mediatico e politico che ne mette sì in luce ogni difficoltà, ma si attiva anche per risolverle. A Torino nulla di tutto questo. Un sobrio ed aristocratico silenzio. Ma non tutti lo accettano, qualche voce plebea ogni tanto si leva, ed elenca i volgari fatti...

Partiamo da qualche anno fa.
La juve voleva uno stadio di proprietà, e voleva il Delle Alpi. Lo voleva con il minimo sacrificio economico, con una spesa ridicola se paragonata al valore stimato suo e dell'area circostante, sfruttabile commercialmente. Per arrivare a questo, vista la presenza di due realtà che potenzialmente potevano essere interessate all'affare, dovevano verificarsi un insieme di circostanze particolari:

1- Il Delle Alpi, raro esempio d'edificazione recente non realizzata dal gruppo Fiat, doveva essere percepito dall'opinione pubblica come inadatto, un inutile spreco di denaro pubblico, una cattedrale nel deserto. Questo per prepararne l'abbattimento od il rifacimento senza la minima resistenza. Che siano state divulgate, attraverso la stampa cittadina, notizie false sui costi di realizzazione o sull'infelice collocazione geografica dell'impianto, era strumentale.

2- Occorreva esercitare pressioni sulle autorità cittadine affinché eventuali opposizioni venissero scavalcate: finto ricatto con la minaccia di andarsene da Torino, attraverso il quale si è da subito ottenuta la gestione della pubblicità allo stadio, senza per questo doversi sobbarcare i costi di manutenzione dello stesso, lasciati al comune che, incredibilmente, accetta.

3- Bisognava raffigurare la juve come unico vero interlocutore cittadino, unica entità sportiva rappresentativa di tutta la comunità, e così nei suoi gagliardetti sparisce la zebra, da sempre simbolo bianconero, ed appare il toro rampante, da sempre emblema granata. Vi immaginate la Lazio con la lupa nel simbolo? Non sarebbe sicuramente passato inosservato, a Roma.

4- Il Torino Calcio non doveva intromettersi nella questione Delle Alpi. Avendo diritto, almeno teoricamente, alle stesse opportunità della juve, poteva ostacolarne l'esproprio o renderlo più dispendioso. In parole povere, il Toro non doveva presentarsi ad un'eventuale asta. Per esserne certi occorreva tuttavia controllarlo direttamente, non bastavano le forzature esterne di sempre.

Così, dopo una campagna di stampa violentissima nei confronti degli allora padroni del Torino Calcio, i cosiddetti genovesi, ai quali certamente non ne era andata bene una, il Torino viene acquistato da Francesco Cimminelli, padrone della Ergom e fornitore della Fiat, al quale vengono avvallati i pagamenti delle fatture a 30 giorni, contro i 90/120 degli altri, finanziamenti fino a 500 miliardi di vecchie lire, costruzione di due stabilimenti nel Sud i quali provvedono, tra le altre cose, ad assicurare la produzione quando altrove si sciopera. Commesse oltre il 2010. Sicuramente sarà un caso, un insieme di fattori oggettivi e, tra l'altro, documentabili. Nessun complotto.
Fatto sta che Francesco Cimminelli, certamente un industriale avveduto, noto però fino ad allora soprattutto per essere stato l'artefice del primo caso di mobbing, applica questa stessa filosofia nella sua gestione del Torino Calcio. Si dichiara da subito tifoso bianconero, al Toro solo per ragioni affaristiche. Ridicolizza ed insulta chi, tra i tifosi del Toro, si rechi ancora a Superga, luogo dove, oltre alla lapide del Grande Torino, ha sede provvisoria il Museo dedicatogli.
Dopo una breve fase in cui il presidente è Giuseppe Aghemo, che gli aveva spianato la strada verso l'acquisto del Torino Calcio annunciando, tra le altre cose, la presenza di 70 miliardi di fidejussioni per la ricostruzione del Filadelfia, viene assegnato all'incarico Attilio Romero, noto alle cronache per essere una delle persone coinvolte nell'incidente in cui trovò la morte Gigi Meroni, e in precedenza dirigente Fiat con mansioni di rilievo.
Decide di destinare l'incarico di general manager a Pieroni, in causa con il portiere del Torino Luca Bucci per via di un battibecco precedente. Questa decisione sarà annullata in seguito alle proteste dei tifosi.
Sposta la storica sede del Torino Calcio in un ex magazzino di via del Carmine, e lascia i prestigiosi uffici precedenti al figlio Simone.
Annuncia la ricostruzione del Filadelfia, abbattuto anni prima da Novelli, che ne aveva promessa la ricostruzione con tanto di conferenze stampa, progetti, date d'inizio lavori e d'inaugurazione.
Viste le difficoltà nel farsi approvare il progetto esecutivo sul Fila, che alcuni dicono cercate (l'archittetto che stilò il progetto), Cimminelli propone la realizzazione presso Borgaro, nell'hinterland torinese, di Borgarello, un'area comprendente nove campi di calcio, forestierie, spogliatoi, sede di prima squadra e settore giovanile ed ottiene dal comune di Borgaro le delibere necessarie.
Il Comune di Torino, che ha già stabilito fin dal 1999 con un accordo tra Giraudo e l'allora sindaco Castellani, la cessione del Delle Alpi e dell'area circostante alla società bianconera, deve almeno salvare le apparenze dando una parvenza di equità. Così, dopo aver assegnato l'area del Delle Alpi alla juve per meno di 5 euro al metro quadro, contro i circa 70 normalmente necessari per la concessione di spazi commerciali, provvede a fare grosso modo altrettanto nei confronti del Torino, concedendogli il vecchio stadio comunale, nel frattempo diventato sede delle cerimonie delle olimpiadi invernali del 2006, e concedendo i permessi per la realizzazione un supermercato sull'area ex Filadelfia, necessario per il sostentamento futuro del club.
A fronte delle tardive ma efficaci proteste dei tifosi, il supermercato viene spostato in area vicina, ma viene concessa l'edificazione di due palazzi, con relative strade d'accesso, su metà dell'area originale.
Lo Stadio Comunale, dopo aver precedentemente attraversato una fase in cui se n'era prospettato l'abbattimento, diventa d'improvviso un monumento d'importanza tale da non poterne modificare né la prospettiva, né abbassare il terreno di gioco, realizzato con un sistema di drenaggio a fascine incrociate che sembra irripetibile. Il costo del ripristino dell'impianto passa dai 20 milioni di euro iniziali a più di 50, per la capienza di 27000 posti.
In pratica ristrutturare il Comunale costa il doppio della cifra a cui è stato venduto alla gi*ve il nuovissimo delle alpi, perfettamente utilizzabile già così com'è ora, tant'è che entrambe le squadre cittadine ci giocano pur se una, il Torino, per farlo paga l'affitto all'altra.
In tutto questo marasma edilizio s'inserisce la situazione della squadra, sempre più allo sbando. I giocatori migliori, quelli che potrebbero anche essere ceduti ricavandoci qualcosa, vengono lasciati andare via per scadenza contratto. Parecchi tra loro passano prima da una fase nella quale vengono lasciati in tribuna, presentati all'opinione dei tifosi come mercenari, incapaci, piantagrane, lavativi o quant'altro, in modo da poterli cedere senza lasciare rimpianti o costretti ad andare via. Mobbing.
Nessun calciatore vuole più venire al Toro, compreso chi proveniva dalle giovanili granata, chi c'è se ne vuole andare, chi sarebbe obbligato a rientrare afferma che piuttosto smette di giocare.
Il settore giovanile viene semi-abbandonato e resiste, pur se a livelli minimi rispetto al passato, solo grazie alla buona volontà e all'attaccamento degli allenatori rimasti.
Il settore marketing è un fantasma. In tutta Torino, in qualunque negozio o supermercato, non si trova nessun tipo di gadget granata. I tifosi vengono abbandonati, il coordinamento dei club, sempre promesso, non viene realizzato.
La tifoseria viene continuamente accusata di scarsa presenza, di eccessivo romanticismo, di essere fonte di pressioni esagerate sui giocatori. Non un'operazione commerciale viene intrapresa per riavvicinare i simpatizzanti, i prezzi degli abbonamenti sono il doppio rispetto ad un Udinese e pari a Milan ed Inter. Ma il Toro è in serie B. Nel contempo Cimminelli dichiara a più riprese che dei tifosi non gl'importa nulla, o che se li gira come vuole. Va a vedersi le partite della gi*ve, cena con Moggi. Piange miseria ma non tratta la vendita del club. Chiunque ci provi si trova davanti una scatola nera di cui non può conoscere prezzo e contenuto.
Intanto al Filadelfia, i cui lavori di costruzione dovevano iniziare in concomitanza con quelli del comunale, è tutto fermo tranne l'erbaccia, che continua a crescere.
Il centro commerciale è stato già venduto alla Bennet, e quindi non potrà più servire per l'autofinanziamento del Club.
A Borgarello la lottizzazione è partita e le villette a schiera sorgeranno come funghi.
I lavori del Comunale non hanno minimamente tenuto in considerazione le aspettative dei tifosi. Mentre in tutto il mondo i campi di calcio vengono realizzati con le gradinate a ridosso del terreno, qui lo spazio occupato dalla precedente pista d'atletica sarà ricoperto dall'erba. L'aumentare annunciato dei costi di ristrutturazione, otterrà come probabile esito che cimminelli potrà accampare scuse per non far fronte agli stessi, tant'è che i lavori procedono con notevole ritardo.
Accadrà che il Comune, dovendo provvedere alle cerimonie olimpiche, le dirotterà al Delle Alpi (inizialmente presentato al CIO in tale veste e poi, non si sa perché, sostituito dal Comunale). Pagherà il disturbo alla gi*ve che così, dopo averlo ottenuto ad un decimo della sua valutazione, si farà anche eventualmente rimborsare le spese di rifacimento o pagare l'affitto.
Non ci sono complotti, a Torino.
Non c'è cupola e non c'è piovra. C'erano due società di calcio. Una potente, vincente, ricca e famosa, l'altra meno, ma con in dote un bagaglio di storia, orgoglio, dignità ed attaccamento dei tifosi che non aveva uguali in Italia e probabilmente nel mondo.
Una di queste società c'è ancora, ed è più potente, più ricca di prima, potendo ora anche contare su un patrimonio immobiliare costato niente e di valore immenso.
Il Torino, con il susseguirsi di progetti fantasma, false vendite e vere delibere, finti padroni, non possiede nemmeno più ciò che era suo e che n'era simbolo, luogo e patrimonio. Restano i suoi appassionati, sempre più disorientati e sempre meno pazienti.
Non c'è nessuna cospirazione. Non serviva a chi, potendo gestire la cosa pubblica imponendo le proprie scelte, non aveva necessità di metterla in atto.
Non c'è progetto d'annientamento del Toro. Non occorreva studiarne uno a chi per attitudine, tradizione consolidata, connivenze politiche e possibilità di ricatto sociale, non lascia niente agli altri, ed agli altri non resta altro che andarsene o sparire.
Non c'è nulla di nascosto a Torino, tranne tutto ciò che non viene detto dal TG regionale o pubblicato da La Stampa, che è quello che più o meno avete letto sin qui.
Non c'è nessuna congiura, a Torino, tranne la peggiore: quella del silenzio.


 







 


A sinistra della virgola



E' solo un gioco, il calcio. Ma non per tutti.
Per qualcuno è un simbolo, un frammento di mondo che guardato da vicino lo rappresenta tutto.
Noi, intesi come tifosi granata del dopo Superga, abbiamo passato diversi periodi. Quando eravamo "giovani" ed avevamo gli occhi pieni di stelle e ideali, mai avremmo concepito di poter combattere per una causa ingiusta, non avremmo mai pensato di tirarci indietro, neppure di fronte alle sfide più impari. Avevamo le stelle del cielo e quelle della mente a darci la forza, e ridevamo quando gli adulti, i vecchi e i saggi ci dicevano che eravamo inesperti, sognatori, illusi. Che tutto era uguale e niente era davvero contro. Eravamo stupidi, per loro.
Ma eravamo felici di esserlo, eravamo felici di non seguire gli schemi, di non essere parte del mondo "ufficiale", di non desiderare nulla che non ci conquistassimo, che non ci spettasse. Meglio perdere che rubare.
Poi sono passati gli anni. Hanno comprato qualcuno fra i nostri simboli e ce l'hanno tolto dal muro. Così va il mondo, buon per lui. Si è sistemato.
Di più: è "entrato" nel sistema.
Alcuni fra noi sono "maturati", hanno perso le stelle e non le ricordano. Non credono nemmeno più che esistessero davvero.
Qualcun altro è rimasto uguale, ha continuato a pensare, a seguire i suoi ideali. Non è cresciuto. Ed allora hanno riso di lui, hanno detto che era ingenuo ed incapace, che non sapeva o voleva diventare adulto, non sapeva o voleva seguire le regole del gioco. Non distingueva il sogno dalla realtà. L'hanno disprezzato e forse si è sentito solo.
Solo con se stesso e con i suoi sogni, molte sue parole erano accolte con una smorfia di superiorità, molti suoi pensieri oggetto di risate a mezza bocca o di un insulto celato da consiglio.
E' accaduto così, perché così accade sempre.
Ed ora qualcuno fra noi è stanco. Sono sempre meno coloro che desiderano grandi cose; la maggioranza è saggia, la maggioranza sa cosa vuole e come si fa ad ottenerlo, la maggioranza non vuole essere oggetto di scherno, d'ironia, di disprezzo. Vuole vincere finalmente, divertirsi ad ogni costo, vuole "sistemarsi" anche scopiazzando i nemici di sempre. Senza accorgersi che ne va ad ingrossare le fila. E' così che maturano le divisioni, è così che si soffocano gli ideali, conformandoli ad una realtà imposta.
Aiutandosi in quest'opera con l'arroganza, con la prepotenza, con il potere. Ma non viene chiamato con questo nome, nessuno lo chiama più così. Nessuno lo ammette. Usano ideologie "realistiche" per giustificarsi, parlano un linguaggio concreto, hanno i numeri dalla loro parte, cifre, bilanci, percentuali e prospetti. Non è potere, sono solo numeri. Che scrivono loro e stanno sempre dalla loro parte. E noi siamo meno che decimali, la virgola è un muro invalicabile.
Ma non sono i cimminelli di questo mondo a costituire la minaccia peggiore, e nemmeno i suoi non ignoti padroni. Sono la tranquillità, la rassegnazione, il desiderio nascosto d'essere "come gli altri", come i più forti, d'entrare nel giro che conta. Non importa neanche più come.
Basta che qualcuno, che chiunque, come voglia, ci porti là, a sinistra della virgola.
L'avventura se n'è andata, ed il gioco anche. Il calcio, come la vita, dev'essere un'equazione senza troppe incognite. E quelle rimaste non devono dipendere troppo da te. Stai sul binario, non scartare di lato, pazienza, che se stai buono arrivi anche tu. Trascinato, senza guidare, senza sceglierti il percorso, la velocità e le fermate, ma arrivi.
Coloro che ci avevano illuso, nei quali speravamo, si preoccuperanno di noi alle prossime elezioni. Gli intellettuali sono occupati a studiare le loro teorie, e la maggior parte di noi se ne sta seduta in attesa, girando le spalle alle responsabilità, nessuno vuole farsi immischiare in faccende dall'esito meno che certo. Chi le cose le sa davvero, si limita a sorridere, a mentire.
E chi tenta di capirne di più, di carpire qualche frammento di verità o di raccontare la sua, deve camminare sulle uova, perché nulla è certo tranne gli insulti e le minacce che riceverà. Ci sono persone che sollevano cortine fumogene per nascondere la realtà, che ritardano ogni inchiesta o la insabbiano, intorbidiscono le acque, cancellano le piste, ridicolizzano chi tenta di ostacolarli, lo minacciano, gli chiudono la strada e le porte.
E ne dosano la rabbia. Sono dei maestri in questo, l' ira è come la paura, una medicina che va data a piccole dosi, goccia dopo goccia, perché data in un boccone causa ribellione, e questo a loro non va bene.
Una bastonata sempre più forte, ed una carota via via più piccola, così funziona. Finché non ti accontenti di una briciola di nascosto, ed in silenzio per non svegliare il bastone.
Ma eravamo noi e non altri a rappresentare la lealtà, il coraggio, la gagliardia, l'indipendenza. Siamo stati i primi in tutto, abbiamo inventato tutto.
Saremo forse gli ultimi ad essere assorbiti, conglobati, nascosti, truccati, plagiati. O forse siamo stati i primi anche qui, meglio iniziare con i più intransigenti.
Se passerà con noi, con quelli che una volta rappresentavano la rivincita contro il destino e contro la consorteria dei potenti, il resto sarà un gioco da ragazzi.
Già, solo un gioco, un frammento di mondo, come il calcio.

 




scritto alle 22:48 ::    COMMENTI

Stadi e Centro Sportivo


 


18 LUGLIO 1997: COLPO MORTALE AL FILA!!!



Tuttosport, 19 luglio 1997


Già pronti i soldi per il nuovo stadio


Diciassette ottobre 1926, i torinesi torinisti assistono all'inaugurazione del Filadelfia. Diciotto luglio 1997, i torinesi torinisti assistono alla demolizione del Filadelfia. Sono il Conte Enrico Marone Cinzano e l'onorevole Diego Novelli i protagonisti di questi due momenti storici accomunati dallo stesso spirito: dare al Torino uno stadio di proprietà dove poter giocare e far sentire a casa i tifosi. La giornata di ieri ha il suo momento clou un minuto prima delle dodici e trenta, quando il silenzio rispettoso del migliaio di presenti si arrende al fragore del maglio granata che pesante cade sulla gradinata opposta alla tribuna. Il Filadelfia, il vecchio Filadelfia, fra qualche mese non ci sarà più. Al suo posto dovrà sorgere quello nuovo: assomiglierà tantissimo a quello ammirato sul plastico che ieri mattina era in bella mostra sul prato che fu di Valentino Mazzola. www.toroclub.it/fila.htm 


Ieri allo stadio, si respirava un'aria di sano ottimismo grazie al discorso dell'ex sindaco di Torino che regalava al più timido Castellani, invitato e presente all'avvenimento, una lezione pratica di comizio. Novelli ringraziava tutti coloro che hanno lavorato affinché l'inizio dei lavori potesse cominciare, salutava tutti gli invitati, le vedove Maroso e Gabetto per prime, prometteva che il Filadelfia rinascerà, probabilmente per il 4 maggio 1999, quando si celebrerà il cinquantennale della tragedia di Superga. Parole diranno gli scettici, vero, ma è anche vero che Novelli si è esposto davanti a mille persone e al suo fianco c'era il Sindaco di Torino a garantire, anche lui, che la sfida con il tempo si potrà vincere. Sotto la tensostruttura, «allestita gentilmente dalla Fiat, anzi, se da corso Marconi vogliono staccare un assegno noi lo accettiamo e loro possono anche scaricare la cifra dalle tasse», spiegava ai tifosi Novelli animando il pubblico, c'era anche lo staff dirigenziale del Torino al completo: Vidulich, Palazzetti, Bodi e Regis Milano. Appena arrivati, i quattro declinavano dichiarazioni impegnative: «Siamo ospiti, non è il nostro momento, è il momento della Fondazione che dà il via al sogno». Al termine della cerimonia, all'uscita, gli stessi non aggiungevano nulla ma avevano un'espressione decisamente più serena. Poco prima, nel suo discorso, Novelli aveva più volte ribadito la piena disponibilità della Fondazione a far sì che il Torino possa diventare proprietario dell'immobile. Seguendo questa via non ci sarà più solo "comunione d'intenti" per la realizzazione dell'intera ristrutturazione. Entro ottobre o novembre il Torino potrebbe sciogliere le ultime riserve e decidere di individuare nel Filadelfia lo stadio del futuro. Nel mentre, tra l'altro, si dovrà trovare un'intesa con i vari assessorati per un aumento della capienza al momento fissata intorno a quota ventimila. Ma i soldi, ricorderanno gli scettici più attenti, ci sono? I soldi, strano ma vero, ci sono. O meglio, ci sarebbero. Seduto in prima fila, ieri, c'era un signore gentile e importante: il dottor Savini Nicci, vice direttore generale del Credito Sportivo. Il dirigente, pochi minuti prima che cadesse il maglio, rispondeva sereno: «Siamo a disposizione per ristrutturare impianti o costruirne di nuovi. Abbiamo contribuito a realizzare il "Giglio" con un finanziamento a tasso agevolato (il 4,5%). La Reggiana ha avuto da noi dieci miliardi, il trenta per cento circa dell'intera opera. L'onorevole Novelli ha già contattato il mio presidente per utilizzare i nostri fondi nel Filadelfia. Massimali? No, non ne abbiamo. Se fosse necessario potremmo finanziare anche tutta la ristrutturazione del Filadelfia». Al suo fianco, in rappresentanza di Veltroni, che da tempo ha preso a cuore il rapporto stadi-società offrendo nuove possibilità ai club per diventare proprietari degli impianti, c'era il dottor Valitutti: «Torino, con questa operazione, può tornare capitale assoluta del calcio con il primo stadio all'inglese». Se si decidesse per il finanziamento totale, il costo, all'anno, s'avvicinerebbe a quello che il Toro sopporta per il Delle Alpi. Intanto, dalla Regione, sta per arrivare 1 miliardo.


Marco Bo



Io ho in mano una lettera del Ministero delle Finanze che si impegna a cedere il terreno adiacente al Fila, un'altra lettera della Recchi che prende lo stesso impegno e poi ne abbiamo un'altra del Comune, con l'ufficio competente, che conferma la possibilità di costruire uno stadio da 31.000 posti nell'area da noi indicata.


Diego Novelli (Aprile 2000)



 







 


«Non ha mai fatto nulla per aiutarmi»

Non ho mai visto Novelli darsi tanto da fare per il Filadelfia come in questi tre anni. E mi stupisce molto tutto questo attivismo. Perché quando io ero presidente e intendevo ristrutturare lo stadio, presi accordi col Coni e l'architetto D'Imperio elaborò un progetto, ma poi l'amministrazione comunale di Torino blocco tutto. Vincoli burocratici, nuove tasse. Mi ostacolarono in ogni modo. E mi fecero capire che avrei potuto andare avanti nell'impresa solo se fossi entrato in politica, se avessi portato voti a un certo partito. Ma la politica è una cosa seria e io sono una persona seria. A quelle condizioni non potevo stare: preferii mandarli al diavolo, quelli lì che mi facevano 'sti discorsi. Ebbene, ho raccontato tutto questo solo perché Novelli, all'epoca, era qualcuno nella politica torinese. Non fece nulla, dico nulla per aiutarmi.

Orfeo Pianelli

Fonte: Tuttosport, 6 maggio 1999



 







 



 


Lettera di Antonio Giraudo a Valentino Castellani.

Timbro del protocollo della Città di Torino Prot. n. 6756,
Categoria I, Classe 1, Fasc. 1

Torino, 9 settembre 1999 AG/l

Indirizzata a:

Egregio Signor Valentino Castellani, Sindaco, Città di Torino,
Via Palazzo di Città 1, Torino

Illustrissimo Signor Sindaco,
Facciamo seguito all'incontro di ieri pomeriggio e, come d'intesa, Le trasmettiamo subito le nostre considerazioni conclusive sui contenuti della Sua lettera del 28 luglio 1999, alla luce dei chiarimenti che Ella ieri ci ha cortesemente fornito.
Sul primo punto dell'ipotesi di soluzione da Lei formulata la Società é d'accordo alla costituzione del diritto di superficie sull'area Continassa per la realizzazione dello Stadio Sociale ad uso esclusivo e delle attività connesse, diritto che dovrà avere la durata di 99 anni, con facoltà di riscatto decorsi 20 anni.
Sul secondo punto, a fronte delle opzioni relative all'attuale impianto dello Stadio delle Alpi, la Società ritiene di dover mantenere ferma la soluzione della demolizione dell'impianto stesso (come affermato nella nostra lettera del 12 gennaio 1999).
I lavori di demolizione inizieranno nel luglio del 2001, ad avvenuta ultimazione del nuovo Stadio Sociale; ovviamente la Società ne garantirà la disponibilità per la scadenza olimpica e gli impegni connessi.
Con riferimento al quarto punto, la Società può accettare la riduzione della SLP costruibile da 100.000 mq. a 65.000 mq.
Tale soluzione riduttiva richiede necessariamente che la definizione delle singole destinazioni avvenga in sede attuativa.
In conseguenza é necessario che all'intervento sia garantita una flessibilità, nell'ambito delle seguenti caratteristiche funzionali:
a) Stadio Sociale
b) Mondo juve: (mq. 12.000), Uffici Società, Museo, Fan's Shop, Centro Sportivo;
c) Attività connesse: (mq 53.000) attività di supporto all'insediamento e ricomprese tra le destinazioni già previste dall'art. 19, n. 15 della NTA del PRG e, piu' precisamente, multiplex cinematografico da circa venti sale (18/24), ristorazione, intrattenimento, commercio tematico, attività ricettive.
Poiché é imprescindibile per la Società avere la disponibilità del nuovo Stadio Sociale entro il 30/06/2001, sarà necessario che l'Accordo di Programma, che definirà tutti i termini dell'operazione, sia perfezionato entro il marzo 2000.
A tale fine dovrà essere sottoscritto un protocollo d'intesa entro il 30/10/1999.
Come d'intesa, attendiamo entro il 30 settembre prossimo una risposta definitiva ed unitaria della Città sulle osservazioni di cui sopra che, nel loro complesso, costituiscono per la Società condizione minima per l'accordo.
Con i migliori saluti,

Juventus F.C. SpA
Amministratore Delegato (Antonio Giraudo)



La lettera non fu scritta da San Pietro su incarico del Padreterno, non dal portavoce del Capo del Governo o da quello del Segretario Generale delle Nazioni Unite (visti i toni usati nei confronti del Sindaco così sembrerebbe ) ma, dal loro alter ego a Torino: Antonio Giraudo.
Giraudo vuole i diritti di superficie (per 99 anni riscattabili dopo 20... ) e le destinazioni d'uso su 65 mila metri quadrati di terreno di proprietà Comunale, propone la demolizione di un edificio di proprietà del Comune e del valore di centinaia di miliardi, detta termini e scadenze ultimative (esige una risposta definitiva entro 15 giorni lavorativi dalla riunione).

E tutto circa quattro anni prima delle recenti delibere.
Prima che Cimminelli uscisse con la frase "Il Delle Alpi ce lo prensiamo noi!", cui non credette nessuno. Prima che si ufficializzasse che il Comunale sarebbe andato al Toro, prima che si cambiasse idea su dove sarebbero state effettuate le cerimonie d'apertura delle Olimpiadi invernali (visto il colpevole ritardo con cui gli organismi preposti hanno dato seguito alle pretese di Giraudo, meglio farle fare al Comunale, tanto lì ci giocherà il Toro, chissenefrega).
Hanno mentito per anni, fingendo di dover decidere ciò che era stabilito da tempo: ogni azione, ogni dichiarazione, era finalizzata alla ricerca del modo migliore per dare alla juve ciò che pretendeva.
Castellani, in cambio della futura presidenza del Toroc, iniziò a parlare di abbattimento del Delle Alpi, porgendo alla juve un assist clamoroso.
I genovesi, senza soldi ma non controllabili da mamma Fiat, furono messi in condizione di mollare, con una campagna di stampa per la quale Tuttosport ha già perso una causa in tribunale, mettendo al loro posto un uomo di paglia.
Costui, Cimminelli, nient'altro doveva fare che svilire il Toro lentamente, senza rischiosi fallimenti che avrebbero provocato disordini, avrebbe dovuto autoescludersi da ogni sorta di richiesta sullo stadio, consentendo così alla juve, unica interessata, di andare avanti con il suo finto ricatto: o ci date il delle alpi o ce ne andiamo. Già le era stata regalata la concessione della pubblicità, operazione nella quale intervenne anche il San Paolo, rimborsando la gestionaria precedente, ma non le bastava, a Torino é tutto suo per tradizione e diritto divino.

E siamo arrivati ad ora.
La juve ha ottenuto ciò che voleva, più l'area di Vinovo, che le ha consentito la sistemazione del bilancio, unica società in Italia.
Già, ma da altre parti il comune non è costretto a regalare terreni alle squadre.
A Milano Inter e Milan PAGANO 7 milioni di euro annui per giocare a San Siro. Neanche Berlusconi e Moratti sono ancora arrivati alle pretese di Giraudo.
Il Toro? Deve stare nel limbo senza rompere le scatole, già viene a malapena sopportato, non è facile per chi è abituato a monopolizzare tutto, tollerare che domenicalmente più di mezza città insulti e preghi contro il giocattolo di famiglia, il vanto, il fiore all'occhiello, il biglietto da visita della famiglia reale.
Le amministrazioni cittadine hanno la stessa funzione per la Fiat che Zac e Cravero per il Toro, paraventi.


 







 


Alè Toro, Gennaio-Febbraio 2001

ECCO IL FILA!


Il 18 dicembre il Torino ha acquisito i terreni dal Demanio ed entro l'autunno partiranno i lavori per la ricostruzione dello stadio della leggenda: ecco il progetto completo.
E il patron Cimminelli ha presentato anche il disegno relativo al centro sportivo di Borgaro.


Francesco Cimminelli ce l'ha fatta! Quello che non è riuscito ai suoi predecessori è ora diventato realtà: l'acquisizione dei terreni del Demanio, presso gli ex-mercati generali, il tassello più importante per la ricostruzione del mitico Fila. La notizia e l'illustrazione del progetto sono stati presentati in sede, lunedì 18 dicembre, dallo stesso Cimminelli e da Attilio Romero, accompagnati da due assessori Corsico (urbanistica) e Passoni (patrimonio), oltre che dal direttore generale del Demanio, Giuseppe Favale, di quello compartimentale del territorio, Gerbino, e della dogana, Fiorillo. Cimminelli visibilmente entusiasta, benediceva in conferenza stampa l'importante passo, come se davanti a lui avesse avuto lo stadio già costruito e non il solo modellino, per dir la verità accattivante quanto bastava per far sognare.
Dopo tante chiacchiere, finalmente, si fa sul serio e per l'autunno è stata fissata la data d'inizio dei lavori. All'inizio del 2004, poi, il sogno sarà realtà, il Torino potrà ritornare a giocare nello stadio-simbolo, anche se il nuovo Fila sorgerà nell'area adiacente quella dello storico impianto, che l'ha visto diventare per sei volte campione d'Italia. I numeri parlano chiaro: su una superficie complessiva di 83930 metri quadrati sorgerà uno stadio avveniristico polifunzionale, con tre superfici intercambiabili (adatto anche per volley, basket, e per ospitare le gare su ghiaccio di Torino 2006), un grande parcheggio multipiano, un albergo di lusso, ristoranti, attività collaterali, un museo permanente sui Campioni periti a Superga, un parco e, naturalmente, la nuova sede del Torino Calcio. La spesa ingente, supererà i 300 miliardi di lire: un onere pesante, ingentissimo, che il presidente si è accollato per far ritornare il Toro nella sua storica casa. La rifondazione granata avrà nella ricostruzione del Filadelfia il suo fiore all'occhiello. Società e tifosi lo sanno bene.
Ma non è tutto, perché prima di Natale, il 21 dicembre, è stato presentato in sede anche il progetto relativo alla costruzione del nuovo quartier generale del Torino che sorgerà a Borgaro. La cittadella granata sarà edificata su un'area non inferiore ai 450 mila metri quadrati e sarà destinata ad ospitare tutte le attività delle formazioni del Toro, dalla Prima Squadra fino ai Pulcini. I numeri sono impressionanti: otto campi da calcio, quattro da tennis, un club-house, le due foresterie (una per i giovani, l'altra per i grandi) e un campo da golf, ma non solo. Cimminelli ha previsto tutto, anche un centro polifunzionale destinato ad ogni tipo di attività e di merchandising.
La diaspora delle squadre granata è finita: entro l'estate del 2002 il Toro avrà la sua casa. Bella, polifunzionale, unica. E nel 2004 rinascerà anche il Fila. Fantastico!

***

Il 18 dicembre 2000 Francesco Cimminelli e Attilio Romero illustrano in sede il progetto del nuovo Filadelfia. La cerimonia ha tutti i crismi dell'ufficialità. Vengono esposti plastico e planimetrie, e sono presenti diverse autorità (assessori, direttori del Demanio e della Dogana).

Cimminelli: «Uno stadio come non se ne sono mai visti, con la copertura e tre terreni mobili per ospitare il calcio, ma anche il pattinaggio su ghiaccio e non soltanto quello delle Olimpiadi del 2006, per tenere concerti e congressi. Ci saranno 25mila posti a sedere, 1900 posti auto, il Parco Filadelfia, il museo del Toro, negozi ed esercizi commerciali, un albergo a cinque stelle. Se superiamo gli ultimi ostacoli burocratici, entro il 28 febbraio partiamo».
Romero: «Nel gennaio 2004 il Toro tornerà a giocare al Filadelfia».

Lo stadio non sorgerà nello storico quadrilatero (che sarà adibito a parco) ma nell'area adiacente, tra Via Giordano Bruno e Via Zino Zini. Il progetto sembra molto oneroso ma Cimminelli non pare preoccuparsene: «Cento miliardi? Se alla fine dovessi spendere il triplo sarei soddisfatto di me stesso».

Che fine ha fatto il Filadelfia da 25.000 posti?

Il 28 marzo 2001 il Consiglio Comunale di Torino non approva la variante al piano regolatore relativa all'area Filadelfia, decisiva è la presentazione da parte del Consigliere Silvio Viano (Verdi) di 537 emendamenti.

Cimminelli sentenzia stupito e indignato «Non costruisco più il Filadelfia, compro il Delle Alpi».

Viano si sente invece accusato ingiustamente di essere l'unico responsabile della vicenda: «.Viale è il responsabile ma ha avuto molti complici. Complici sono tutti quelli che sapevano della mie posizioni. Cimminelli le conosceva fin da novembre. Lo stesso si può dire del sindaco di Torino (Valentino Castellani). Ho sempre detto che mi sarei adoperato perché non passassero i documenti sulle Olimpiadi e quello sulla variante Filadelfia. Chiedete a loro cosa hanno fatto per evitare quello che è successo. Nulla, anzi: l'argomento è stato messo all'ultimo punto».

Il Torino Calcio non pare però aver abbandonato l'idea di ricostruire il Filadelfia per le partite della Prima Squadra e auspica di tornare alla carica con la nuova Amministrazione Comunale che si insedierà in giugno. L'ipotesi Comunale non viene presa in considerazione nemmeno nei mesi successivi.

Cimminelli (14 aprile 2002):«Una cosa è certa, il Torino giocherà sempre e solo a Torino, lo stadio lo vedremo. Sarà il Filadelfia se la juve sceglierà il Delle Alpi, il Delle Alpi se la juve lo costruirà altrove. Abbiamo pronto un progetto anche per il Delle Alpi, da 20-25mila posti. Acquistarlo ci costerebbe meno che rifare il Filadelfia: 26-28 miliardi contro circa 80. Per quanto riguarda l'ipotesi Comunale, l'assessore allo sport Montabone ci ha detto che è vincolato per le Olimpiadi e per l'hockey. Poi al massimo si riuscirà a ricavare uno stadio da 10-12mila posti che non serve al Toro».

Passano soltanto due mesi (18 giugno) e il Torino Calcio firma con il Comune l'accordo per lo Stadio Comunale. E il Filadelfia? Sarà rifatto con un progetto minimo.

Cimminelli: «Non c'erano gli spazi lì per fare uno stadio».


 



 






Tuttosport, 22 dicembre 2000



Il nuovo centro sportivo di Borgaro: circa 450mila metri quadrati


LA GRANDE CASA GRANATA

Otto campi, golf ed eliporto. Cimminelli:«Un complesso unico in Italia»

«Non si può dire che non siamo operosi, un giorno sì e uno no annunciamo qualcosa di importante», esordisce il presidente Romero. «Dopo la rinascita del Filadelfia, ora presentiamo la nostra seconda casa, la cittadella del Toro». Toni trionfalistici che si materializzano su carta quando l'avvocato Giovanni Bocchino, da anni al fianco di Francesco Cimminelli, srotola «lo studio di fattibilità». In parole povere, il primo progetto, la bozza di ciò che sorgerà a Borgaro. «La cittadella del Toro», la chiama proprio il padrone granata. Al momento il battesimo è questo, poi si vedrà, anche la denominazione è da lavori in corso. Il resto è sport e business al passo con i tempi. Quando la cittadella sarà finalmente edificata, il Torino abiterà lì. Lì si alleneranno tutte le formazioni, dal settore giovanile alla prima squadra. Lì si svolgeranno i ritiri, lì si getteranno le basi per il futuro.
Cimminelli snocciola dati, compiaciuto, mostrando i disegni del complesso: «Otto campi da calcio, ma anche di più se Zaccarelli (responsabile del vivaio granata, ndr) ce lo chiederà. Quattro da tennis, poi la club house, gli alberghi. o meglio: le due foresterie per i giovani e la prima squadra, così i nostri calciatori non dovranno più andare in ritiro altrove. Poi ci saranno centri polifunzionali, servizi vari, una grande palestra, almeno quattro spogliatoi, attività di supporto di carattere commerciale, merchandising. Il campo di calcio principale avrà una tribuna con 2mila posti a sedere, lì giocherà la Primavera e i suoi tifosi avranno finalmente una sistemazione adeguata». Basta con la diaspora delle squadre del settore giovanile, costrette ad allenarsi in diversi campi affittati in giro per Torino: lo annuncia il padrone. Basta con la prima squadra al lavoro a Orbassano nel centro sportivo di emanazione della fiat: lo ha deciso il padrone. Al più presto, tutte le formazioni granata saranno raggruppate in quest'area nell'hinterland di Torino a pochi chilometri dal Delle Alpi. Già ma quando? «I lavori cominceranno tra un mese, in estate molte strutture saranno già pronte - dice Cimminelli - a cominciare dai due campi più importanti». Realisticamente, il Torino considera di realizzare le strutture sportive fondamentali nei primi sei mesi del nuovo anno, così da incominciare ad aprire il complesso di Borgaro, per le squadre, a luglio. Entro l'estate del 2002, poi, l'intera Cittadella dovrà diventare realtà. «Ma cambieremo ancora qualcosa, avremo altre idee, presenteremo man mano nuovi progetti, ingrandiremo là dove servirà e si potrà». Il primo mattone simbolico, ieri: il Torino e il sindaco di Borgaro, Giuseppe Vallone, hanno sottoscritto un protocollo d'intesa per l'utilizzo dei terreni adiacenti la Stura di Lanzo, ora passati al Sis di Cimminelli: quasi 450mila metri quadrati, di cui oltre 160mila venduti da privati (ma un mitico vecchietto non ha ceduto e si è tenuto i suoi 16 mila metri), poco più di 110mila che fanno parte del vecchio progetto di borsano (Torinello, inizio anni 90) e altri 160mila dati dal comune in concessione (rinnovabile) per 25 anni.
«Abbiamo già quasi 450mila metri quadrati di terreno, ma probabilmente ci allargheremo ancora. Nel centro sorgerà anche un campo da golf: 9 o 18 buche, questo non è stato ancora deciso. Poi, lungo tutto il perimetro, allestiremo un sentiero con ostacoli e difficoltà simulate per la preparazione atletica dei calciatori»: al confronto, i "minisentieri di guerra" creati da Ventrone per la juve paiono una sciocchezzuola. «Nel centro sorgerà anche un eliporto - prosegue il padrone delle cose granata - così finalmente gli elicotteri avranno un posto dove atterrare. Colmeremo una lacuna di Torino». Ed entrerà denaro. «Sì, però l'eliporto lo devo costruire interamente a mie spese; il 70% dei finanziamenti per la Cittadella arriverà invece dal Credito sportivo». Il preventivo della spesa complessiva oscilla intorno ai 45 miliardi.
«In Italia non esiste un centro sportivo così vasto e multifunzionale», dicono con orgoglio Cimminelli e Romero, mentre l'architetto Bocchino, che sta lavorando all'opera, rivela di aver studiato bene le realtà più importanti, da Milanello a Coverciano, cercando di scoprire i punti deboli per evitare brutte copie. «Ma non si potranno fare paragoni, alla fine. Sarà una cittadella senza precedenti».«In otto mesi il mio portafoglio si è alleggerito enormemente - dice Cimminelli - ma noi manteniamo sempre gli impegni. In poco tempo il Torino a messo le basi per costruire il nuovo Filadelfia e per creare un centro sportivo senza eguali. Dite che per la juve è uno smacco, visto che da anni tenta invano di raggiungere obiettivi analoghi? Non so, non sono affari miei. Mica è colpa mia se loro hanno problemi.». Sistemata con sarcasmo la triade dirigenziale umbertiana, arriva una battuta anche per l'Avvocato Agnelli: «Sarà il benvenuto quando atterrerà nel mio eliporto. Anche lui dovrà pagare, ecco perché è il benvenuto!». Cimminelli aviatore: la chiave commerciale?
Il padrone a interessi di primaria importanza - per il suo regno imprenditoriale - anche nel mondo dell'aeronautica; nessuno stupore per l'eliporto, dunque: è un progetto assolutamente organico ai business del magnate della plastica.
Il sindaco Vallone parla di impegno anche sociale, di lezioni scolastiche a tutte le ore per i calciatori. Torna qua e là nei discorsi il fantasma di Borsano, di cui - nell'era cimminelliana - restano ancora alcune strutture in muratura: saranno riadattate. Si parla della circonvallazione di Borgaro, che sarà costruita di pari passo con la cittadella del Toro: la sua traiettoria è stata deviata apposta per venire incontro alle esigenze di Cimminelli, ma taglierà comunque in due il centro: un sottopassaggio permetterà gli spostamenti da un quartiere all'altro del complesso sportivo, per gran parte aperto anche al pubblico. L'eliporto, le aree per il fitness, il golf, i variegati punti vendita legati non solo all'universo Toro, il dopolavoro per i dipendenti Ergom: il massimo della visibilità per il massimo della resa in quanto a entrate economiche, questo ha chiesto il padrone ai collaboratori. E il padrone assicura pure che le licenze arriveranno in tempi accelerati. « Rompiamo le scatole al Comune di Borgaro noi, e il Comune di Borgaro è uno dei più efficienti». Scherza sulla disposizione delle finestre: «Il centrò sorgerà proprio di fronte alla Ergom (la casa madre del suo regno imprenditoriale, ndr), ma purtroppo dal mio ufficio non riuscirò a vedere il Toro». La chiusura è veleno puro per i soci azionisti granata: «Soci? Quali soci? Su 30 miliardi di capitale sociale loro hanno sottoscritto appena 26 milioni, meno dello 0,1%».

Marco Bonetto


 







 


Fegato Granata, Settembre 2001


DELENDA CARTHAGO, PHILADELPHIA RESTITUENDUS EST

Nella Roma repubblicana del terzo secolo A.C., c'era un tale che andava ripetendo ad ogni occasione "delenda Carthago" ("Cartagine dev'essere distrutta"). Si chiamava Catone, e probabilmente i suoi concittadini lo giudicavano un tipo un po' fissato, della serie a Catò... l'amo capito... nun ce stà a rompe 'gni vorta co' 'sta Cartaggine! Ma lui, tetragono, insistette col suo tormentone finché la città africana fu rasa al suolo e sulle sue rovine fu sparso il sale, ché non ci ricrescesse più neppure l'erba. Novelli non ha sparso il sale sulle rovine del Filadelfia, ma è come se l' avesse fatto. Sono passati sette anni dacché Don Diego s'era impegnato a restaurare uno stadio malandato, ma ancora integro e orgogliosamente in piedi. A tutt'oggi Don Diego non solo non ha mantenuto la parola data, ma ha fatto ben di peggio: l'ha raso al suolo, lasciando ritti solo tre monconi.
Nella Torino repubblicana del ventesimo secolo D.C. c'era un tale che andava ripetendo ad ogni occasione, a voce e per iscritto, sui giornali e alla TV, nelle conferenze stampa e nei dibattiti, alle cene dei club e per la strada, che "Filadelfia restituendus est", il Fila deve essere ricostruito. Quel tale sono io, e anch'io rischio a volte d'esser giudicato monotono come Catone "Collino?... ah, sì... quello che ha la fissazione del Fila". Non dev'esser però una fissazione tanto strana, questa, se intorno all'argomento ci hanno scritto un libro ("Filadelfia, la fossa dei leoni" di Oberdan Ussello) e almeno un capitolo specifico in ogni pubblicazione che trattasse del Toro. Sul tema esiste una rassegna stampa colossale, ricca di centinaia di articoli a stampa e di decine di servizi televisivi. C'è persino una documentatissima tesi di laurea negli archivi della facoltà di Architettura. La preoccupazione della gente (gente d'ogni paese, età, sesso e strato sociale) sulla sorte del glorioso impianto ha causato interrogazioni parlamentari a Montecitorio, asperrime contese in Sala Rossa, due appelli di Tuttosport cui i lettori hanno risposto in massa, inviando ogni volta più di centomila firme. Solo negli ultimi sette anni, durante la spocchiosa gestione del problema da parte di Novelli, son nate per vegliare sul destino del Filadelfia due associazioni di tifosi (le Sentinelle e l'Associazione Memoria Storica Granata) nonché una Fondazione voluta dall'ex sindaco e costituita dal Torino Calcio, dal Comune e da alcuni presunti VIP di fede granata. Ma non basta: è nato un nuovo giornale, "Il trombettiere del Filadelfia", apposta per mobilitare i tifosi dopo il clamoroso voltafaccia della Società. Purtroppo, accanto ai tanti che si struggevano al capezzale del Tempio in agonia, c'era chi considerava la venerazione per esso come un patetico, inutile e controproducente sentimentalismo.
Erano e sono gli stessi che esortano i tifosi a "non piangersi addosso" (lo ha detto Cimminelli in più di un'occasione), e accusano di feticismo chiunque osi protestare per la demolizione. Non è un'esagerazione: "feticista" è l'esatto epiteto affibbiato da "faccia da loculo" a Mecu Beccaria. Ora che finalmente l'AMSG si è svegliata e ha capito che Fegato fin dal '95 aveva ragione, ora che Trabaldo e i Fedelissimi gridano al tradimento, Novelli ribatte che son solo dei feticisti.



NOVELLI SMASCHERATO DA UNA REGISTRAZIONE SU NASTRO

Non c'è da stupirsi. Già nel 1995, esattamente il 30 di marzo, aveva detto di fronte alla Commissione Cultura del Comune di Torino, parlando del Filadelfia: "...venerdì della prossima settimana faremo un'assemblea con tutti i rappresentanti dei club granata...quindi, anche per dire, non è che andiamo lì a distruggere le memorie, salvaguardiamo tutte le cose che ricordano il Grande Torino...sì, perché son già arrivati, sono tutti lì, vogliono fotografare tutto....la panca dove si sedeva Valentino Mazzola....l'angolo dove starnutiva Gabetto..." Se non vi basta il testo, dovreste sentire il tono sprezzante con cui faccia da loculo pronuncia l'ultima frase, dal "sì, perché son già arrivati..." fino a quell'incredibile "...dove starnutiva Gabetto" a cui manca solo la chiosa "poveri scemi!"". Quei poveri scemi eravamo noi delle Sentinelle, ma non così scemi da non avere il nastro registrato, destramente passatoci da una nostra talpa al municipio. Lo manderemo in onda, amplificato, durante il festival del decennale perché, scritte, quelle parole fanno già un certo effetto, ma ascoltate sono impressionanti. Non si capisce come abbiano potuto affidare la sorte del Filadelfia ad uno che fin dall'inizio ne parlava in questi toni.
Oppure lo si capisce fin troppo, alla luce degli ultimi sviluppi della questione stadi. Novelli ha anche la faccia tosta di ripetere, adesso, che la soluzione finale proposta da Cimminelli (un campetto "della memoria" da 4000 posti con sede sociale e museo, naturalmente coi negozi intorno anche se, bontà sua, senza Hotel) era l'obbiettivo della Fondazione fin da quando nacque. Altra menzogna. La frattura insanabile fra l'ex sindaco e Fegato Granata si era verificata immediatamente, nei primi mesi del '95, proprio su questa ipotesi.
Fegato contestava il sacrificio del campetto in favore dell'albergo, e la spesa di 50/70 miliardi (era quella la previsione di allora) per un impianto che non solo non sarebbe servito alla prima squadra per giocarci in campionato, ma sarebbe stato profanato e strangolato da palazzi e cubature commerciali. Piccolo per piccolo, dicemmo fin da subito, tanto vale restaurare il Fila così com'è, valendoci del progetto Zavanella (già pagato e messo a disposizione da Gerbi), che prevede una spesa di soli nove miliardi.
Don Diego capì allora che per farci digerire il suo (suo?...) "contorno commerciale" doveva prometterci un impianto da campionato. Di fronte a quel sogno, che significava il ritorno alle origini e la garanzia di 7-10 punti in più per ogni campionato, la maggior parte dei tifosi si fidò di lui, che nel frattempo faceva il giro delle sette chiese (cioè visitava i club della curva, le circoscrizioni, i Rotary...) sciorinando disegni, plastici e progetti. La capienza passò (tanto, promettere non costra nulla) dai 7/12000 posti a sedere iniziali (con strizzatina d'occhio del crisantemo, come dire "poi vedrete che in corso d'opera.... sapete come vanno queste cose... lasciatemi lavorare..."), ai 15/21000 del secondo progetto Renacco, diventati 25000 sotto Vidulich con l'abbassamento del terreno, e 35000 nel cheeseburger a più strati di Cimminelli, quello con il tunnel su Via Giordano Bruno e l'entrata dal lato ferrovia.
Ma solo con il progetto Vidulich, ripeto, Novelli è riuscito a farci inghiottire il rospo della demolizione. Le sue balle tecniche per giustificarla, quelle sull'amianto, sui tubi e sui pericoli di crollo (mai partite ordinanze comunali che parlassero di crollo strutturale, abbiamo controllato), non le abbiamo mai bevute. Speravamo solo che il sacrificio servisse alla realizzazione del grande sogno.



PERSINO FERRUCCIO NOVO VOLEVA GIA' DEMOLIRLO

Ora che il sogno è svanito, non ci resta che piangere la morte del vecchio Campo e recitare il "mea culpa" con umiltà, perchè di questa morte siamo tutti un po' colpevoli, non foss'altro che per aver rinunciato ad opporci in modo più deciso. Alla sua dismissione, prima, e alla sua demolizione, dopo. Magari usando metodi da "popolo di Seattle", visto che l'ultimo G8 ha dimostrato che funzionano. Quando la colpa non è di nessuno in particolare, diventa un po' di tutti, e viene voglia di ripercorrere le tappe di questa incredibile agonia. Lo so, l'abbiamo già scritta questa storia su Fegato, a più riprese, ma che Catone sarei se non mi ripetessi? E poi, i lettori nuovi?
Facciamolo ancora una volta, su. Per prima cosa occorre sgomberare il cervello dall'illusione che solo i presidenti dell'ultimo decennio abbiano tramato la scomparsa del Fila. Quella è un'area che ha sempre ingolosito chi amava le speculazioni edilizie, perchè l'espansione del tessuto urbano e lo spostamento del suo baricentro verso sud ne ha valorizzato enormemente la collocazione. Se nel '26 (anno di costruzione) c'erano intorno solo prati (ma di fronte, oltre la ferrovia, c'era già il nuovissimo e per allora rivoluzionario stabilimento del Lingotto...), nel dopoguerra erano sorti nelle immediate vicinanze (specie sui grandi corsi) palazzoni di una certa pretesa che rivalutavano il quartiere come continuazione ideale della prestigiosa Crocetta.
Così si spiega come persino il mitico Ferruccio Novo negli anni '50 pensi di abbattere il Fila per erigere al suo posto case e alberghi prima che l'operazione sia impedita dal nuovo piano regolatore in arrivo. Il progetto dell'architetto Casalegno passa a Torino, ma viene tenuto fermo perchè da Roma sembrano arrivare concessioni ancora più generose di cubature supplementari. Chi troppo vuole, però, nulla stringe: nel 1959 esce il Piano, e destina tutta l'area a verde pubblico. Novo è costretto a rinunciare.
Arriva il 1963, e il Toro emigra al Comunale per le partite di campionato. Il Fila è declassato a campo di allenamento e, con la scusa del piano regolatore ("...per giocare, giochiamo al Comunale... qui ci alleniamo finché sta in piedi, tanto il piano non consente di fare nulla..."), viene abbandonato a se stesso, cioè in pratica non gli viene più fatta alcuna seria manutenzione strutturale.



LE BALLE DI NOVELLI: "CROLLA, I TUBI COSTANO ED E' PIENO DI AMIANTO"

Segue di lì a poco la chiusura al pubblico delle gradinate e della tribuna in legno. Gli spettatori che assistono agli allenamenti e alle partite della Primavera devono stiparsi nel parterre e nei due spigoli nordovest e sudovest, (quelli risparmiati anche oggi dalle mai abbastanza maledette ruspe di Novelli) e per sostenere il tetto della tribuna viene montata un'impalcatura di tubi Innocenti.
A proposito di quei tubi, vale la pena ricordare che per il loro noleggio il Torino ha pagato alla FIP di Pederzoli un canone annuale di circa sei milioni fino alla fine della gestione Pianelli, ma dall'avvento di Rossi in poi più niente, salvo qualche tessera d'ingresso data in omaggio alla ditta, senza che per ciò venisse aperto alcun contenzioso.
Eppure per giustificare la prematura demolizione della tribuna in legno (inizialmente tutelata dal compianto architetto Ormezzano, ma poi svincolata dopo la sua morte dall'architetta Daniela Biancolini, che gli era succeduta in sovraintendenza) Novelli andava dicendo che c'era il grosso problema dei tubi e che bisognava assolutamente rimuoverli (con conseguente, inevitabile crollo del tetto...) perchè, a parte i canoni di nolo arretrati da saldare, avrebbero continuato a far maturare ulteriori e inutili spese di noleggio. Ma non era vero: quando nel '97 la Pederzoli, sollecitata dalla Fondazione, è venuta a toglierli per consentire l'abbattimento della tribuna, non solo non ha preteso alcun canone arretrato, ma non ha neppure chiesto il rimborso delle spese di smontaggio e asporto. Il bello è che il tetto, a sentire Novelli, sarebbe dovuto crollare appena tolto il sostegno dei tubi, e invece se n'è rimasto là beffardo e saldo, ad aspettare in piedi l'estremo affronto delle motoseghe. Comunque, nessun costo per i tubi: era solo una scusa, una delle tante escogitate dal presunto onorevole per giustificare davanti all'opinione pubblica (buona parte della quale lo scongiurava di desistere, di aspettare) la sua criminale azione demolitoria. Una bufala, come la storia del terribile "pericolo-amianto".
Tutto l'amianto presente al Fila si riduceva al tetto della tribuna, che era in Eternit come lo è tuttoggi quello dei capannoni Fiat a Mirafiori e di mille altri edifici italiani senza che per ciò si debba abbatterli. La legge consente di applicare all'Eternit una vernice speciale che imprigiona le microfibre di asbesto della sua componente amiantosa. Si può farlo senza neppure rimuovere le lastre.



PIANELLI E ROSSI LO INSIDIANO, GERBI LO RISCATTA

Ma torniamo al Fila e alle sue "malefiche sorti e regressive".
Nel '70 la minaccia di morte arriva addirittura da Pianelli, che fa stendere un progetto per la demolizione integrale del "tempio" e la costruzione di due campetti e un pensionato per le giovanili (una specie di piccola "Torinello" di ripiego, visto che l'ipotesi-Bruino è naufragata). Per fortuna non ne fa nulla: costruisce solo, in fondo al cortile, il capannone in lamiera sotto il quale si allenerà la prima squadra nei giorni di maltempo fino alla dismissione dell'impianto. Ma l'erosione delle gradinate continua, e nell'86 anche Rossi pensa di abbatterle. L'architetto Ossola elabora un progetto che prevede il restauro della tribuna in legno e delle "curvette" di nord e sudovest (capienza 6000 posti), ma la demolizione del resto, cioè di tre lati su quattro. Anche qui non se ne fa nulla.
Nel 1989 il presidente Mario Gerbi, successore di Rossi, commissiona all'architetto Zavanella un altro progetto che prevede per lo stadio la conservazione, dopo accurato e rispettoso restauro, di tutti e quattro i lati per una capienza di 14.000 posti a sedere. Rispunta però verso via Tunisi l'albergo del vecchio progetto Novo/Casalegno, con i garages sotterranei multipiano (300 posti). In quello stesso anno giunge a maturazione il mutuo federale, e Gerbi può riscattare il campo dalla Federcalcio per la cifra simbolica di trenta milioni. Nelle more dell'operazione il controllo del Torino passa a Gian Mauro Borsano il quale, all'atto della voltura, vorrebbe intestarlo alla Gima. Gerbi però si oppone, e fa pervenire una diffida della Federcalcio al nano cammellato, che rinuncia all'insana idea. Così il glorioso impianto può finalmente diventare proprietà effettiva del Torino Calcio, come era (e sarebbe ancor oggi) sacrosanto. Borsano, ingolosito dall'albergo, decide comunque di portare avanti il progetto Zavanella, quello pagato da Gerbi. Il Comune in un primo tempo lo respinge, poi lo approva a precise condizioni, tra cui l'eliminazione delle "superfetazioni", cioè delle strutture non strettamente legate all'attività sportiva (leggi l'albergo). Senza quelle però l'operazione è in perdita, e "Bip sciupacammelli" lascia cadere la cosa.



LA CRIMINALE "DISMISSIONE" DI CALLERI

Il resto è storia recente. Nel '93 un'interrogazione parlamentare dell'On. Borghezio porta il problema all'attenzione della Sovraintendenza Centrale di Roma, che sollecita un'azione concreta da parte di quella periferica di Torino. Questa, a sua volta, coinvolge il Comune, che per tutta risposta vieta l'accesso al Fila ad un pubblico che superi le 100 unità. L'escamotage del "non più di 100" (numero massimo mai controllato con pignoleria da nessun tutore dell'ordine, a dire il vero) consente ai patiti di assistere ancora agli allenamenti fino al settembre '94, quando l'accesso del pubblico viene proibito totalmente, per motivi di sicurezza. Calleri rifiuta di investire 200 milioni nei lavori chiesti dal Comune per restituire all'impianto l'agibilità, ancorché limitata, e lo dismette, schivando le responsabilità (remote) di danni a terzi, ma commettendo una stupidaggine colossale. La dismissione ufficiale, infatti, è come una condanna a morte per il Fila. Dopo di essa le difficoltà burocratiche per un eventuale recupero e i costi relativi crescono enormemente. Tutti i progetti successivi a questo atto insensato di Calleri (da quelli dei Renacco all'ultimo, avveniristico, di Rolla) vengono vagliati dalle autorità competenti come se riguardassero un insediamento totalmente nuovo. E questo perchè il Fila dismesso è "senza funzione", è come se non esistesse, non costituisce più una preesistenza su cui lavorare, è solo un terreno con ruderi. Senza dismissione avremmo potuto discutere col Comune di ristrutturazione, di modifiche, di adeguamenti alle leggi, ma nessuno si sarebbe sognato di contestare la presenza e la funzione dello stadio nel quartiere. Con la dismissione si parte da zero, e ce la menano con i posteggi, con gli spazi di sfogo, con l'impatto ambientale e con tutte le altre seghe.



CIMMINELLI COSTRETTO A RINUNCIARE

Nonostante ciò, la buona volontà della giunta Chiamparino di approvare il progetto Rolla c'era (lo ha detto personalmente il sindaco alla Palazzina di Stupinigi, nel luglio scorso, alla festa della promozione in A di Camolese), ma Cimmi è stato costretto a dirgli di no.
Forse questa era una delle clausole che Agnelli ha posto nel permettergli di rilevare il Toro (o nell'ordinarglielo, cambia poco). La juve vuole assolutamente comprare il Delle Alpi ad un decimo del suo valore. L'unico passaporto politico per una simile, scandalosa beneficenza pubblica è la presenza di entrambe le squadre cittadine nella veste di beneficate. Quindi, se il Toro avesse già un suo stadio personale, non si potrebbe affibbiargli il Comunale per fingere un'assegnazione equanime. Ormai, quindi, la speranza di giocare le partite ufficiali nel Filadelfia rinato è svanita.
La maggior parte dei tifosi granata, se avesse saputo che un Fila da campionato non si poteva e non si doveva fare, non avrebbe lasciato buttar giù quello vecchio, per malandato che fosse. Ci hanno presi per i fondelli, tutti, ma soprattutto lui, Novelli, che però non si scompone davanti alle nostre accuse. Fegato granata per lui non esiste. A La Repubblica ha persino dichiarato, il crisantemo, che ogni critica proveniente da noi non merita di essere presa in considerazione, perchè "Collino, con i suoi mantelli colorati è solo una macchietta folkloristica". Se questi sono i forti argomenti con cui dovremmo misurarci, capisco il declino politico del personaggio.


 







 


FEGATO GRANATA


Delibera Stadio Filadelfia del 18 novembre 2002 (Commenti in corsivo di Manlio Collino)



Divisione Edilizia Ed Urbanistica
Settore Procedure Amm.ve Urbanistiche n. ord. 154 2002 06001/009
CITTA' DI TORINO
DELIBERAZIONE DEL CONSIGLIO COMUNALE 18 NOVEMBRE 2002
(proposta dalla G.C. 25 luglio 2002)
Testo coordinato ai sensi dell'art. 41 comma 3 del Regolamento del Consiglio Comunale
OGGETTO: VARIANTE PARZIALE N. 59 AL P.R.G. AI SENSI DELL'ART. 17 COMMA 7 DELLA L.R. 56/77 E S.M.I. CONCERNENTE L'AREA DELL'EX STADIO FILADELFIA COMPRESA TRA LE VIE TUNISI, GIOVANNI SPANO, GIORDANO BRUNO E FILADELFIA. ADOZIONE.


Proposta dell'Assessore Viano.
L'area di circa mq. 29.400, oggetto della presente Variante al vigente Piano Regolatore Generale, corrisponde a gran parte dell'isolato delimitato dalle vie Tunisi, Spano, Giordano Bruno e Filadelfia, isolato caratterizzato dalla presenza dello storico campo sportivo della Società Torino Calcio. La stessa E' compresa nella "Zona urbana consolidata residenziale mista" circostante, con destinazione a servizi privati di interesse pubblico, contraddistinta sulla tavola di piano con la lettera "v" impianti e attrezzature sportive.
Per tale immobile sono dettate specifiche prescrizioni al comma 20 dell'articolo 19 delle N.U.E.A. del P.R.G. che ammettono, nel quadro di un progetto di recupero fisico e funzionale dello Stadio, l'inserimento di varie attività, per lo sport, il tempo libero e la cultura, le attività terziarie e commerciali al dettaglio.


Qui appare il concetto di "recupero fisico e funzionale" dello Stadio (già di proprietà del Torino, non dimentichiamolo), e non si parla di campionati, di norme Uefa, di prima squadra o squadre giovanili.


Rispetto alle condizioni dell'immobile al momento della formazione del nuovo piano regolatore generale, la situazione è mutata significativamente nel 1997 quando, a seguito dello stato di degrado fisico e strutturale di gran parte delle strutture, si è reso necessario procedere alla loro quasi totale demolizione, avvenuta previo accordo con la Soprintendenza per i beni ambientali e architettonici del Piemonte. La stessa ha espresso parere favorevole al progetto di recupero urbanistico ed edilizio dell'area e alla parziale demolizione del fabbricato sportivo, presentato dalla Fondazione Campo Filadelfia.
Il Piano Regolatore Generale prevedeva il recupero della struttura originaria, riconosciuta di valenza storico-ambientale, finalizzata ad una utilizzazione non più agonistica -spettacolare, considerate le caratteristiche del vecchio Stadio e la recente realizzazione del nuovo Stadio delle Alpi.


Qui si chiarisce il concetto di cui sopra, cioè si parla di utilizzazione non più agonistica -spettacolare senza parlare di campionati, prima squadra ecc.


Nel corso di questi anni sono stati proposti, dalla Fondazione Campo Filadelfia prima e dalla Società Torino Calcio poi, diversi progetti di recupero dell'area, nei quali erano previsti, oltre alla realizzazione di uno stadio per il gioco del calcio, in sostituzione della preesistente obsoleta struttura, anche l'insediamento di attività ricettive, terziarie, commerciali complementari alla principale funzione sportivo-spettacolare.


Quindi non c'entrava per niente il supermercato...


La Città, pertanto, sta operando da anni per definire un accordo quadro con le due Società calcistiche torinesi, accordo che consenta di risolvere in termini soddisfacenti per tutti il problema degli stadi.
In particolare con la mozione n. 33 approvata dal Consiglio Comunale il 22 giugno 1998, si auspicava una soluzione che vedesse la cessione alla Juventus F.C. dello Stadio delle Alpi e la ricerca per la Società Torino Calcio di alternative possibili al Filadelfia.


E' sorprendente notare come l'ipotesi che il Delle Alpi potesse interessare anche al Torino non viene neppure presa in considerazione. Qui si ammette chiaro e tondo che il Comune si preoccupava solo di cosa dare al Toro in cambio della rinuncia ai suoi diritti (pari a quelli della Juve) sul Delle Alpi.


Un primo passo concreto in questa direzione è stato assunto con l'adozione della Variante n. 56 al P.R.G. che consentirà la cessione dello Stadio delle Alpi alla Società Juventus F.C., mentre è in corso di elaborazione un'ulteriore variante al P.R.G. per consentire la cessione dello Stadio Comunale alla Società Torino Calcio.
In questo scenario il campo del Filadelfia perde ogni interesse dal punto di vista agonistico rimanendo uno stadio di valore storico e simbolico per la Società e per i tifosi, destinato allo svolgimento di attività giovanili e di carattere celebrativo.


Questo è il passaggio clamorosamente arbitrario. Chi l'ha detto che il possesso del Comunale da parte del Torino fa automaticamente perdere ogni funzione agonistica al Filadelfia? Non solo il Campionato e la Coppa Italia Primavera hanno una funzione agonistica innegabile, ma anche la prima squadra, nell'eventualità di dover disputare campionati inferiori (la Fiorentina si è ritrovata in pochi mesi dalla A alla C2.), potrebbe trovar utile, economico ed agonisticamante stimolante giocare in un Filadelfia anche piccolo (ma sacro) piuttosto che al Comunale, lasciando quest'ultimo provvisoriamente inutilizzato!


Essendo, poi, venuto meno il "vincolo" del mantenimento del vecchio stadio, che in qualche misura ha giustificato la scelta del piano regolatore di comprendere l'area interessata nel tessuto "consolidato", pare più coerente con l'impostazione generale del P.R.G. trattare questa area come un ambito di trasformazione urbana a tutti gli effetti, adottando quindi i parametri generali applicati nelle zone urbane di trasformazione, e proponendo un quadro di regole edilizie e urbanistiche particolari che consenta di rispondere alle esigenze complessive che si sono espresse e "consolidate" sulla area in esame.


Qui sopra, dopo il passaggio arbitrario, appare il vero scopo di tutta la trama.


L'area in oggetto è, inoltre, parzialmente compresa in uno degli addensamenti commerciali di tipo A2, definiti come "ambiti commerciali esterni al centro storico principale, posti all'interno di zone caratterizzate da una buona densità abitativa di non recente edificazione e da offerta differenziata ed integrata di attività commerciali e di servizio".
In coerenza con le finalità perseguite di razionalizzare il sistema commerciale della città, all'interno di tali ambiti di tipo A2 è, pertanto, consentito l'insediamento di strutture commerciali al dettaglio di media e grande dimensione, previa verifica di compatibilità con le caratteristiche urbanistico-edilizie dei tessuti urbani interessati, sia in termini di indici di edificabilità e di mix funzionali ammessi nelle varie aree normative, sia soprattutto in termini di conservazione o trasformazione degli immobili esistenti.
In sintesi il progetto prevede complessivamente:
- il riuso del campo Filadelfia per un nuovo impianto sportivo privato per il gioco del calcio, nel quale garantire anche la conservazione di quelle parti residue tutelate dalla Soprintendenza;
- l'insediamento di nuove attività commerciali, coerenti con il sistema delle aree di addensamento individuate con la Variante n. 31 al P.R.G.;
- la realizzazione, fronte via Tunisi, di due blocchi di edificazione a destinazione prevalentemente residenziale, che in parte completeranno il preesistente edificio;
- la dotazione di parcheggi privati e pubblici localizzati nella stessa area, per la maggior parte interrati;
- aree verdi e percorsi pedonali e ciclabili di attraversamento.


Qui appare ancor più chiaramente tutta la manovra, addirittura nei dettagli. Fase 1) Novelli demolisce il 90% del Filadelfia - Fase 2) Questa realtà viene addotta come scusa, insieme al "regalo" del Comunale al Torino, per dichiarare il Filadelfia "campo" e non più "stadio", e soprattutto "privato, e privo di ogni funzione agonistica" - Fase 3) Fatta la dichiarazione, l'intero quadrilatero passa, in barba al PRG originario, come ambito di trasformazione urbana a tutti gli effetti - Fase 4) In essa vengono concesse le realizzazioni di supermercato, negozi e palazzi - Fase 5) Viene ribadito il concetto che il campo con i suoi due ruderi tutelati rimane tale e quale, e al massimo ci si può giocare a football tra amici.


In particolare la presente variante al P.R.G. dispone:
1) il cambiamento della destinazione urbanistica dell'area, da area con destinazione servizi privati d'interesse pubblico "SP" con prescrizioni particolari comprese in ambiti di riqualificazione dello spazio pubblico (comma 20 dell'articolo 19 delle NUEA), a zona urbana di trasformazione ambito 12.29 Filadelfia;
2) l'inserimento nell'elenco delle zone urbane di trasformazione del nuovo ambito denominato 12.29 Filadelfia ed introduzione di specifica scheda normativa nel fascicolo delle "Norme urbanistiche edilizie di trasformazione - Schede normative";
3) il conseguente assoggettamento dell'area interessata dalla presente variante ai disposti del piano regolatore generale afferenti le zone urbane di trasformazione di cui agli articoli 7 e 15 delle NUEA nonché alle specifiche prescrizioni della scheda normativa 12.29 Filadelfia, nella quale sono individuati i parametri di trasformazione urbanistico edilizi;
4) l'inserimento di una nuova zona urbana di trasformazione - ambito 12.29 Filadelfia nella tavola 1 - azzonamento foglio 12B alla scala 1:5000;
5) annullamento del comma 20 dell'articolo 19 delle NUEA di P.R.G.;


Attenzione!!! L'annullamento arbitrario del comma 20 (che prevedeva l'inserimento di varie attività, per lo sport, il tempo libero e la cultura, le attività terziarie e commerciali al dettaglio solo nel quadro di un progetto di recupero fisico e funzionale dello Stadio) è la chiave di tutto. Era questo il vero scopo a cui hanno lavorato Calleri, Novelli, Re, Cimminelli e tutti gli altri, in combutta con gli assessori e la sovraintendenza!


6) l'aggiornamento della Tavola n. 2 scala 1:2000 - Foglio n. 65 "Edifici di interesse storico", avente carattere prescrittivo eliminando il vincolo di "Edificio di particolare interesse storico" con l'indicazione del gruppo di appartenenza tra gli "Edifici e manufatti speciali di valore documentario.


Ed ecco, nero su bianco, il Tempio del Grande Torino degradato da "Edificio di particolare interesse storico" alla semplice qualifica di "manufatto speciale di valore documentario". Bel colpo!!! E la sovraintendenza, complice, tace.


Premesso che, per effetto di tutte le varianti al P.R.G. vigente adottate e approvate successivamente alla data di approvazione del P.R.G. stesso, si è ridotta la capacità insediativa prevista dal Piano del '95 (1.151.400 abitanti P.R.G. 1995 contro 1.136.839 abitanti P.R.G. vigente dicembre 2000), si ritiene che la variante proposta, pur comportando un incremento di abitanti insediabili (circa 300 abitanti), prima non previsto (anche perché l'area era normativamente trattata in modo diverso), non produca, comunque, gli effetti di cui all'art.17 comma 4 della L.U.R. e si configuri pertanto come variante parziale ai sensi dell'art. 17 comma 7 della stessa.


E qui si prospetta il passaggio della cubatura edificabile dal normale 2 al famoso 0,7, riduzione che ci viene presentata come un'ingiustizia fatta a Cimminelli e ai Recchi-Dente per colpa dei tifosi che si sono mobilitati!


Il presente provvedimento, pertanto, ha rilevanza esclusivamente comunale, non presenta incompatibilità con i piani sovracomunali vigenti e costituisce variante parziale al P.R.G. vigente ai sensi dell'articolo 17 comma 7 della LUR.
L'approvazione definitiva della presente variante è, comunque, subordinata alla preventiva verifica di compatibilità con il Piano di zonizzazione acustica, di cui alla L.R. 52/2000, recante "Disposizioni per la tutela dell'ambiente in materia di inquinamento acustico", in corso di adozione da parte della Città.
In data l agosto 2002, copia della presente deliberazione, unitamente al suo elaborato tecnico, è stata inviata al Consiglio della Circoscrizione 9, per l'espressione del parere di competenza.
La circoscrizione, come è noto, ha dato parere contrario, ma esso è stato ignorato, in quanto non vincolante, per legge (vedi righe seguenti)
Questo, con deliberazione in data l ottobre 2002, che si allega al presente provvedimento (all. 2 - n. ) ha espresso parere sfavorevole alla variante, per le motivazioni che testualmente si riportano:
· Il progetto presentato risulta non idoneo al contesto nel quale andrebbe ad inserirsi, in quanto l'insediamento di strutture commerciali al dettaglio di media e grande dimensione andrebbe a danneggiare tutto il piccolo commercio al dettaglio;
· Non risulta necessaria la realizzazione, fronte via Tunisi, di due blocchi di edificazione a destinazione residenziale, poichè l'area risulta già notevolmente abitata;
· Il progetto non rispetta in alcun modo il vivo ricordo della cittadinanza legato al vecchio Stadio Filadelfia, in quanto l'insediamento non prevede una continuità di carattere sportivo, ma unicamente una logica strettamente legata ad interessi privati, di cui la Circoscrizione 9 non avrebbe alcun beneficio, trattandosi di campo sportivo privato per il gioco del calcio;
· La cementificazione selvaggia, a discapito delle aree che potrebbero essere riqualificate trasformandole in aree verdi, ad uso e beneficio dei cittadini, integrate eventualmente con impianti sportivi gestiti dalla Circoscrizione 9 che andrebbero ad arricchire il patrimonio immobiliare di competenza, non può in alcun modo trovare d'accordo gli amministratori del Consiglio della Circoscrizione stessa.
A quanto espresso dal Consiglio della Circoscrizione 9, si controdeduce nel seguente modo:
Oltre a quanto già espresso in narrativa, si precisa quanto segue:
Il P.R.G. vigente offre già la possibilità di insediare nell'area nuove attività commerciali, in quanto la stessa è riconosciuta come "area normativa Cc - Commercio Compatibile" che consente l'insediamento di tutte le tipologie commerciali ammesse per gli addensamenti di tipo A2 (in uno dei quali la stessa è parzialmente compresa).
Si è ritenuto opportuno non assumere come rigida norma di piano la definizione di quote di ASPI ed edilizia residenziale; la formulazione della scheda normativa è tale da permettere varie soluzioni per l'insediamento di attività terziarie, ricettive e commerciali in quantità comunque inferiori a quelle previste dal vigente P.R.G., nonché una quota di residenza che consente il completamento dell'edificio esistente posto all'angolo tra le vie Filadelfia e Tunisi e la formazione di un nuovo isolato nell'angolo opposto, con caratteristiche tipologiche e formali coerenti con l'intorno urbano esistente.
Data l'impossibilità di recuperare il vecchio complesso (ormai in gran parte demolito stante le precarie condizioni statiche e di conservazione), rimane il valore storico e simbolico del sito, sia per la Società che per i tifosi. A tal fine, l'Amministrazione, considera positiva la richiesta formulata dalla Società Torino Calcio di ricostruire e gestire direttamente una nuova struttura per lo svolgimento di attività giovanili e di carattere celebrativo. Tale soluzione offre le condizioni migliori per mantenere vivo il ricordo legato al vecchio stadio.

Capito? L'impossibilità di recuperare la decidono loro, e poi degradano lo stadio da edificio a sito simbolico. Al massimo, ci possiamo fare qualcosina per adattarlo allo svolgimento di attività giovanili e di carattere celebrativo.


In ultimo, la richiesta avanzata dalla Circoscrizione, di riqualificare l'area trasformandola in spazi a verde pubblico con impianti sportivi, richiederebbe l'intervento a totale carico della Città per l'acquisizione dell'immobile e la realizzazione dell'impianto, con l'impiego diretto di ingenti risorse pubbliche, mentre, proprio in ragione dell'obiettivo di conservare, per quanto possibile, la memoria del passato, risulta fondamentale mantenere il carattere societario dell'impianto e quindi consentire l'attuazione di un progetto di riqualificazione promosso da risorse private, destinando quindi l'area ad "ambito di trasformazione urbana" secondo un modello già presente nel P.R.G. vigente e ben collaudato.


Qui la faccia tosta è incredibile. La delibera finge di preoccuparsi delle risorse necessarie per acquisire l'area. A parte che essa passò dal Torino alla Fondazione per 700 milioni con lo stadio ancora in piedi, e fu rivenduta dalla Fondazione al Torino per 4 miliardi a stadio demolito (non si capisce perché, se non che Novelli aveva bisogno di soldi. Aveva avuto delle spese, poverino, e non gli bastavano quelli dei mattoni.), tutti sanno che a pochi isolati da lì si sta per demolire in piazza Galimberti un giardino costato quasi 2 miliardi pochi mesi fa, per farci i garages sotterranei. In più i lavori per il ricovero anziani disabili nell'ex Chinino continuano, nonostante sia già stata deliberata la loro demolizione per far posto al supermercato di Cimminelli (lo spreco di risorse pubbliche, in questi due casi, non conta?). Nessuno, infine, ha preso in considerazione il fatto che i tifosi del Torino sarebbero entusiasti di poter acquisire loro l'area, però al massimo ai 4 miliardi estorti da Novelli a Cimminelli, non al prezzo di mercato maturato dopo le varianti truffaldine al PRG.

Tutto ciò premesso,
LA GIUNTA COMUNALE
Visto il Testo Unico delle Leggi sull'Ordinamento degli Enti Locali, approvato con D.Lgs. 18 agosto 2000 n. 267, nel quale, fra l'altro, all'art. 42 sono indicati gli atti rientranti nella competenza dei Consigli Comunali;
Dato atto che i pareri di cui all'art. 49 del suddetto Testo Unico sono:
favorevole sulla regolarità tecnica;
Visto il P.R.G., approvato con deliberazione della Giunta Regionale del 21 aprile 1995, n. 3-45091;
Vista la Legge Regionale 5 dicembre 1977, n. 56 e s.m.i.;
Preso atto del parere del Consiglio della Circoscrizione 9;
Con voti unanimi, espressi in forma palese,
PROPONE AL CONSIGLIO COMUNALE
Per i motivi espressi in premessa:
1) di adottare, ai sensi dell'art. 17, comma 7 della L.R. 56/77 la Variante Parziale n. 59 al vigente Piano Regolatore Generale della Città di Torino, concernente le modifiche descritte in narrativa relative all'area dell'ex Stadio Filadelfia e più in dettaglio nell'allegato (all. 1 - n. ) che costituisce parte integrante e sostanziale del presente provvedimento.
Viene dato atto che non è richiesto il parere di regolarità contabile, in quanto il presente atto non comporta effetti diretti o indiretti sul Bilancio;
2) di dichiarare, attesa l'urgenza, in conformità del distinto voto palese ed unanime, il presente provvedimento immediatamente eseguibile ai sensi dell'art. 134, 4° comma, del Testo Unico approvato con D.Lgs. 18 agosto 2000 n. 267. 

 



 







Dal Forum Toronews, 9 dicembre 2003



Il Progetto

Come accade ormai da anni al Toro, anche negli ultimi tempi ci é stata chiesta fiducia, pazienza. Invocano il nostro sostegno, si appellano al cuore granata, all'attaccamento alla maglia, al senso d'appartenenza.
Per l'ennesima volta abbiamo sentito parlare di progetti, d'investimenti.

Progetti? Ne siamo abituati, questo é di qualche anno fa, fine '95, mi pare:

"...Il progetto del recupero dell'area del Filadelfia prevede la realizzazione di un complesso edilizio integrato atto ad ospitare una serie di funzioni per rendere l'area vivibile durante tutta la settimana e nell' arco della giornata. Accanto allo stadio è così prevista la realizzazione del Museo del Torino, primo esempio in Italia; la storia del Toro è narrata con reperti storici, maglie, foto, coppe, videoteca con maxischermo, gagliardetti; il Laboratorio per la produzione di materiale pubblicitario e gadget, con negozio di vendita per i tifosi; la Sede Sociale; il Circolo.
Le strutture ricettive, articolate in Residenza Universitaria, Albergo, Residence, usufruiscono di self service, ristorante, sale di incontro e per seminari; gli spazi per attività commerciali prevedono negozi di articoli sportivi, gadget, videonoleggio specialistico, libreria, palestra.
Le attività terziarie insediabili in zona sono lo sportello bancario, l'agenzia assicurativa, l'agenzia viaggi.
Nel sottosuolo è previsto un parcheggio pluripiano; un percorso coperto interno, aperto al pubblico, favorirà l'uso delle strutture da parte del Quartiere e della Città.
L'apertura dei cantieri è prevista entro il 1996 e l'inaugurazione del rinnovato impianto è già fissata per il 4 maggio 1999 per la celebrazione del cinquantenario di Superga."


Ci avevamo creduto, forse ci siamo fidati troppo. Pazienza, sbagliando s'impara... o no? Un esempio più recente:

"
19/04/2001. Partiranno la prossima settimana i lavori per la costruzione a Bòrgaro del nuovo centro sportivo del Torino. In un'area di 530.000 metri quadrati troveranno spazio nove campi da calcio, un eliporto, una palestra, campi da calcetto, una foresteria e quant'altro potrà essere utile alla società granata.
Il Torino targato 2001/02 si allenerà presso questo centro già da settembre. Quelli che una volta venivano chiamati i ragazzi del Filadelfia domani saranno "i ragazzi di Borgaro", ha detto lo stesso Cimminelli nel corso della conferenza stampa tenutasi ieri presso l'hotel Atlantic di Borgaro."


C'è stato qualche intoppo, un lieve ritardo per cause indipendenti dalla nostra volontà, così ci siamo allenati qua e là. Qualche anno ancora alla Sisport di Orbassano, poi al Comunale gentilmente concessoci. Ora qualche sgambata al Combi, proprio in occasione del compleanno del Toro. Brindiamo.
Sicuramente queste sono fesserie, che importanza può avere quale sia il campo d'allenamento per una squadra di calcio? L'uno vale l'altro. Sono i giocatori, sono i risultati a creare l'ambiente, a dare entusiasmo. I tifosi? Incoraggiamento incondizionato e continuo, questo é il nostro unico compito. Sostenere la squadra.


Siamo retrocessi da ultimi della serie, l'anno scorso. Peccato, il progetto iniziale ("...il decimo posto ci va stretto...") prevedeva la zona Uefa. Colpa di Camolese.
Ci riprenderemo, al momento siamo già sesti nella classifica di B. Pensiamo positivo: se il campionato finisse ora andremmo allo spareggio, se nelle Coppe europee andassero le prime ventiquattro squadre italiane ne avremmo diritto anche noi. Siamo in netta ripresa. Ci va solo ancora un po' di pazienza.


Nonostante le sirene provenienti da blasonate società ricchissime, come Siena, Chievo, Empoli, Modena, ecc..., pronte ad offrire cifre inaudite, i nostri beniamini non molleranno, a parte i pochi traditori che si vendono, o si venderanno, per pochi euro in più. Alcuni non hanno fiducia, non credono nel progetto, sono mercenari.
Una lotta tra titani, da una parte giocatori cui si chiede di mettere da parte la convenienza economica e di ascoltare un sentimento che non conoscono, non hanno mai conosciuto e, inspiegabilmente, meno che mai riescono ad apprendere in questo Toro, vale a dire il cosiddetto "cuore granata".


Dall'altro lato del tavolo c'è lo stesso personaggio che, quando i soldi non li deve dare, ma bensì prendere, si dimentica del cuore e parla di libero mercato, di legge della domanda e dell'offerta.
Bisogna capirlo, deve lottare periodicamente contro infami speculatori in cerca di pubblicità, che cercano di sottrargli a prezzi stracciati la società, l'area del Fila e il nuovo Comunale, che lui difende a vantaggio esclusivo del Torino Calcio e dei tifosi, da lui sempre ammirati, come ben sappiamo.
Pensare che non dà troppa importanza ai soldi, come ha detto in occasione dell'iniziale rifiuto alla vendita dei diritti televisivi a Sky per 1.000.000 di euro:
"...io neanche me ne accorgo, di un milione in più o in meno". Fu questa la sdegnata risposta dell'orgoglioso industriale.
"La dignità non ha prezzo!". Aveva ribadito il nostro sempre imprevedibile presidente. L'accordo è stato poi raggiunto, controvoglia, per tre/quattrocentomila euro in più, e solo per accontentare i tifosi impossibilitati a raggiungere lo stadio.


Per invogliare gli altri, per invitare soprattutto i giovani,15 euro per un biglietto di curva.
Per attirare più gente, per riavvicinarli alla squadra, per sostenere il progetto. Ma non è certo finita qui.


Abbiamo finalmente l'aereo personalizzato per le trasferte, ci serviva come il pane. La bandana di Pinga va a ruba (conserviamola con cura: forse dovremo agitargliela in segno di saluto fra qualche mese). Abbiamo due grandi ex granata come dirigenti, in possesso di carta bianchissima per gestire la squadra e difenderla dal peccato e da ogni turbamento.
Bianca, crespatina, morbida e resistente. Totò docet.


La fiducia stavolta è stata ben riposta, la pazienza premiata, il cuore granata è salvo, il progetto prende definitivamente forma.
Borsano, Goveani, Calleri, i Genovesi se ne sono andati anni fa, per fortuna. Ora siamo in mano ad un vero lungimirante imprenditore.
I suoi predecessori non avevano né soldi né progetti, saremmo sicuramente finiti nella merda. Ora, grazie al cielo, abbiamo tutte e tre le cose. Specialmente l'ultima.



 






 


Granatissimo, Giugno 2004

Un colloquio che sembrava nato all'insegna di una doverosa routine, per chiarire, indagare, ufficializzare alcuni passaggi della complessa vicenda dello stadio comunale, ha in realtà portato all'accertamento che - e chi vuol dire alla scoperta faccia pure - di quella che è una novità, almeno per chi ha sempre considerato come intoccabile, perché vincolata dalla sovrintendenza, la pista di atletica che in pratica ha sempre allontanato gli spettatori dal terreno di gioco. Dobbiamo alla chiarezza e alla disponibilità dell'Arch. Daniela Biancolini, che della stessa Sovrintendenza è la Direttrice, la precisazione, il chiarimento, la spiegazione di quello che per molti è un elemento nuovo che addirittura potrebbe (usiamo il condizionale) introdurre elementi freschi in una vicenda ormai vecchia ma intanto sempre più viva.

Buongiorno architetto Daniela Biancolini. Può spiegare i criteri con i quali scattano i vincoli della sovrintendenza ai beni culturali? Quand'è che un monumento, un edificio o uno stadio può essere considerato un patrimonio artistico nazionale?

Prima del 2002, fino a quando non esisteva la divisione di architettura contemporanea all'interno del Ministero, non poteva scattare alcun vincolo sul moderno e perlomeno il vincolo scattava se l'opera era stata costruita da più di 50 anni e l'autore non era più in vita. Dagli ultimi 2 anni, con l'istituzione della divisione generale per l'arte contemporanea, i tempi si sono accorciati per cui un edificio può essere ritenuto vincolabile anche se recente. Per fare un esempio pensiamo al Lingotto di Renzo Piano. Ora quindi si possono vincolare anche gli edifici contemporanei, persino con un solo anno di vita.

A quando risalgono e in cosa consistono i vincoli della sovrintendenza sullo stadio comunale?

Al 1992: ma non stupiscono nessuno, perché stiamo parlando di un vero capolavoro di architettura. Sono vincolati la struttura architettonica dello stadio, la biglietteria e la torre Maratona.

E per quanto riguarda la pista d'atletica? È anch'essa indissolubile della struttura architettonica del comunale?

La pista fa parte del complesso architettonico originario, anche se molto modificata negli anni successivi, tanto da non essere più a norma. Andava completamente "riscritta" con interventi di trasformazione più che di consolidamento. C'era da scegliere tra dover accettare un "restauro non-restauro", ovvero una ristrutturazione pressoché totale visti i posti a sedere da reinventare, le nuove misure per i carichi da neve e per le dimensioni della tettoia, oppure accettare la sua demolizione con la possibilità di avere - a fronte di un concorso internazionale - un capolavoro dell'architettura contemporanea.

Scusi Architetto, forse non ci siamo capiti. I tifosi del toro vorrebbero eliminare la pista d'atletica all'interno dello stadio comunale per avvicinare gli spalti al campo da gioco. La pista del mini impianto utilizzata per competizioni minori e per il riscaldamento degli atleti, che sorgeva nell'area dietro ai distinti (futuro palazzetto Izoaky), non interessa praticamente a nessuno.

Comprendo ora l'equivoco di fondo che potrebbe risalire addirittura al momento della conferenza stampa di presentazione del Progetto Comunale (1 settembre 2003 ndr); il vincolo specifico riguardava soltanto la pista d'atletica esterna - quella fuori dal comunale con la pensilina per intenderci - dato che sarebbe stata ammessa la possibilità di un collegamento fisico tra le due aree sportive. Un'intesa parallela tra la Sovrintendenza, il Ministero per i Beni Culturali e il Comune di Torino, in ultima seduta che risale al 17 dicembre del 2002, aveva dato la possibilista di lavorare anche sull'area adiacente il comunale, mentre sarebbe stato tassativamente vietato toccare lo stadio e la torre Maratona. Ci erano state presentate diverse possibilità per fare entrare il palahockey all'interno del comunale ma qualunque progetto "mostrificava" la struttura dell'impianto: ingresso gigantesco, bolla copri invaso, tagli nel lato breve dell'ellisse per dare vita ad un mostro architettonico simil-ufo. Alla fine non sono state date indicazioni rigide, ma e' stato detto cosa si poteva toccare e cosa invece no.

Quindi la pista d'atletica del comunale non è mai stata oggetto di nessun vincolo.

Di nessuno vincolo specifico mai. Noi abbiamo considerato soltanto gli aspetti salienti del vecchio invaso e abbiamo chiesto il mantenimento generico della porzione centrale del campo di calcio perché l'originario presentava e presenta ancora oggi un ottimo sistema di drenaggio a fascine incrociate.

E se il progetto per il nuovo comunale avesse incluso un sostanziale avvicinamento degli spalti al campo che non andasse a stravolgere la struttura originaria dell'invaso, per la Sovrintendenza non si sarebbe stato alcun problema di forma?

Teoricamente no, per noi non ci sarebbe stato alcun problema, tant'è che nel tentativo di avere un numero maggiore di posti a sedere, dato che le nuove normative in materia di sicurezza obbligano ad aumentare gli spazi tra un seggiolino e l'altro, avevamo accettato un progetto che prevedeva lo slittamento di una parte delle gradinate verso il campo. L'intervento sarebbe dunque avvenuto a sacrificio della pista d'atletica. Poi però è sorto un altro problema: il rispetto della distanza di sicurezza tra il pubblico e il campo stesso. Un'importante esigenza di ordine pubblico evidenziate dal Torino Calcio e dai Vigili del Fuoco.

Il Torino può utilizzare il comunale dal 30.3.2006. Da quella data la società potrà anche apporre modifiche al progetto attuale "personalizzando" l'impianto?

No i vincoli rimarranno per sempre. Qualunque intervento dovrà essere autorizzato.

Perchè ai tempi dell'abbattimento del Filadelfia questi vincoli non sussistevano? Non era considerato ancora un monumento storico?

Esisteva la stessa forma di vincoli. Che l'edificio avesse importanza storica è vero, ma il vincolo in se non rende l'edificio indistruttibile. Lo stadio Filadelfia si stava in effetti autodistruggendo. È una verità innegabile, abbiamo le foto delle gradinate sventrate, con i buchi e i ferri di fuori. non è una questione di vincolo o non vincolo, il Filadelfia purtroppo si è autocondannato all'estinzione, perché costruito con criteri di economia costruttiva che non hanno retto nel tempo. Oltre allo scampolo delle vecchie biglietterie e al portone di ingresso, si sarebbe potuto salvare al limite anche la struttura dell'ascesa verso le tribune d'onore: proprio perché, a differenza dell'impianto, non era stato edificata in regime di economia.



 






 



 


Divisione Urbanistica ed Edilizia Privata
2004 0792 1/009
Settore Procedure Amministrative Urbanistiche

CITTÀ DI TORINO
DELIBERAZIONE DELLA GIUNTA COMUNALE
1 OTTOBRE 2004

OGGETTO: VERIFICA DEL PROGETTO RELATIVO AGLI INTERVENTI DA REALIZZARE PRESSO LO STADIO FILADELFIA A CARICO DELLA SOCIETÀ TORINO CALCIO SPA


Proposta degli Assessori Montabone, Viano e Peveraro

Il Consiglio Comunale in data 9 dicembre 2003 ha approvato la variante parziale n. 59 con deliberazione n. 176 (mecc. 200309051/009), ai sensi dell'art. 17 comma 7 della L.R. 56/1977 e s m i.
Con detta variante la Città di Torino per l'area denominata "Ex Stadio Filadelfia" compresa tra le vie Giordano Bruno, Filadelfia, Spano, Tunisi, già destinata ad aree a servizi, e l'area "Ex Chinino di Stato" compresa fra le vie Giordano Bruno, Montevideo, Filadelfia e Taggia, già facente parte dell'Ambito di Trasformazione Urbana 12.14 Dogana, ha individuato un nuovo ambito di trasformazione "1229 Filadelfia".
Con deliberazione della Giunta Comunale del 28 febbraio 2003 (mecc. 2003 01436/066), la Città di Torino ha approvato un protocollo d'intesa con la Società Torino Calcio S.p.A., volto a disciplinare il complesso intervento di recupero delle aree dello Stadio Comunale e dello Stadio Filadelfia.
Successivamente, con proprio provvedimento del 25 giugno 2003 (mecc. 2003041819/066), il Consiglio Comunale ha disposto che la Società Torino Calcio S.p.A. assuma formale impegno a realizzare nell'area Filadelfia un impianto sportivo che includa un regolamentare campo di calcio dotato dei necessari servizi, una adeguata tribuna spettatori e il Museo della Storia del Torino Calcio.
Con deliberazione del Consiglio Comunale, in data 17 maggio 2004 (mecc. 200403250/008), la Città ha approvato la costituzione, senza corrispettiva in denaro, del diritto di superficie novantanovennale a favore della Società Torino Calcio S.p.A, sull'area denominata "Ex Chinino", all'interno dell'isolato compreso tra le coerenze vie Giordano Bruno, Taggia.
Con il medesimo provvedimento la Città ha approvato l'acquisizione a titolo gratuito dalla Società Torino Calcio della proprietà dell'area denominata "lmpianto Sportivo Filadelfia" e ha disposto la contestuale costituzione gratuita di un diritto di superficie novantanovennale a favore della Società Torino Calcio sulla stessa area.
Sono altresì stati definiti i seguenti obblighi a carico della Società Torino Calcio:
a) adibire il campo di gioco per le gare della squadra Primavera,
b) mettere a disposizione, a scopo allenamento pre-gara, l'impianto sportivo Filadelfia alle squadre ospiti del Torino Calcio, verso corrispettivo, a carico dei fruitori, laddove questi lo richiedano con congruo anticipo alla Società Torino Calcio S.p.A.
c) consentire la fruizione alla Città di Torino, direttamente o indirettamente, dell'impianto sportivo per almeno 5 giornate annue a titolo gratuito per manifestazioni di carattere sportivo comunicate con congruo anticipo alla Società Torino Calcio S.p.A.,
d) garantire un congruo numero di accessi gratuiti al Museo della Storia del Torino Calcio che verrà realizzata nell'area ai ragazzi in età scolare
A fronte di tali adempimenti il Torino Calcio è tenuto a fornire idonea garanzia che dovrà essere mantenuta per tutta la durata della gestione.
La Città, infine, viene manlevata e ritenuta indenne da qualsiasi responsabilità o danno procurato al complesso immobiliare o a terzi per tutta la durata del contratto.
Il progetto dello stadio secondo le indicazioni della suddetta deliberazione è stato redatto nei rispetto delle seguenti prescrizioni:
- Rispetto della memoria storica
Dovranno essere conservate, come espresso nel parere del 18 dicembre 2001 della Soprintendenza, alcune porzioni dell'edificio del complesso sportivo, quali le curve storiche su via Filadelfia, via Spano nonché il nucleo centrale della tribuna con gli ambienti vicini, alcuni elementi decorativi e la zona di ingresso su via Filadelfia (cancellata storica, stele monumentale, biglietteria, etc.)
- Funzioni previste da insediare
Fermo restando la destinazione d'uso prevista dal PRG, le funzioni sono quelle relative all'impianto sportivo (spogliatoi, palestre, uffici) e per attività museali e associative della Fondazione Filadelfia, oltre che per attività complementari e accessorie alla destinazione principale
- Dimensioni del campo di gioco
Il campo dovrà avere le dimensioni tali da consentire lo svolgimento di partite ufficiali per il livello professionistico (larghezza minima m. 68 e lunghezza minima m. 105).
- Capienza dello stadio
Il numero dei posti non dovrà essere inferiore ad almeno 2.200 (spettatori) e la dotazione di parcheggi a raso funzionali all'impianto sportivo (DM 25 agosto 1989) dovrà essere reperita sulle aree prospicienti le vie Filadelfia, Spano e G. Bruno, all'interno dell'ambito di trasformazione.



 


Materiali impiegati
Dovranno essere usati i materiali della stessa tipologia di quelli utilizzati nello stadio storico: rivestimento in mattoni faccia a vista, strutture in calcestruzzo armato, rivestimento della copertura in metallo, preferibilmente rame."
E' inoltre in corso di predisposizione proposta di modifica della scheda di P.R.G. relativa all'ambito Filadelfia che includa esplicitamente la "sede sociale" tra le funzioni ammesse.
Per quanto riguarda le soluzioni architettoniche eventuali modesti aggiustamenti potranno essere introdotti nella fase esecutiva.
Si precisa, altresì, che il terreno di gioco dovrà essere in erba naturale e non sintetica come evidenziato nel computo metrico allegato.
Tenuto conto che la Società Torino Calcio S.P.A. ha presentato l'idoneo progetto, in coerenza con le indicazioni emerse in fase di discussione in sede delle Commissioni Consiliari, si rende ora necessario provvedere con il presente provvedimento all'approvazione del medesimo. Tutto ciò premesso,

LA GIUNTA COMUNALE

Visto che ai sensi dell'art. 48 del Testo Unico delle leggi sull'Ordinamento degli Enti Locali, approvato con D.Lgs. 18 agosto 2000 n. 267, la Giunta compie tutti gli atti rientranti, ai sensi dell'art. 107, commi 1 e 2 del medesimo Testo Unico, nelle funzioni degli organi di governo che non siano riservati dalla Legge al Consiglio Comunale e che non ricadano nelle competenze, previste dalle leggi o dallo Statuto, del Sindaco o degli organi di decentramento;
Dato atto che i pareri di cui all'art. 49 del suddetto Testo Unico sono:
favorevole sulla regolarità tecnica;
favorevole sulla regolarità contabile;
Visto il P.R.G., approvato con deliberazione della Giunta Regionale n. 3-45091 del 21 aprile 1995;
Vista la Legge Regionale 5 dicembre 1977 n. 56 e s.m.i.;
Con voti unanimi, espressi in forma palese;


D E L I B E R A


di assentire, per le motivazioni riportate in narrativa, al progetto allegato (all. dall'1 al 17 - nn. ) relativo agli interventi a carico della Società Torino Calcio S.P.A. da realizzare presso lo Stadio Filadelfia;


di dichiarare, attesa l'urgenza, in conformità del distinto voto palese ed unanime, il presente provvedimento immediatamente eseguibile ai sensi dell'art. 134, 4° comma del Testo Unico approvato con D.Lgs. 18 agosto 2000 n. 267.


 







 


I cavalli di Milano ed i somari di Torino



L'ippodromo di San Siro è monumento nazionale

Dal 15 luglio 2004 l'ippodromo del galoppo, la pista ippica di allenamento Trenno con il verde annesso e le scuderie sono monumento nazionale.
"L'ippodromo di Milano d'ora in poi sarà al sicuro da qualsiasi progetto di cementificazione. Da tutelare con un vincolo specifico che lo salvi da ristrutturazioni avventate, demolizioni o costruzioni future che in qualche modo lo compromettano." Così ha dichiarato Silvana Gabusi portavoce del Comitatone.
Infatti, su richiesta di Italia Nostra, del COMITATONE (nato 3 anni fa in difesa degli ippodromi di San Siro dalla speculazione edilizia e di cui fanno parte oltre a Italia Nostra anche l'Associazione Gruppo Verde San Siro [motore del Comitatone], il WWF, il Comitato per la Difesa di San Siro, gli Amici della Terra e l'Associazione Parco Sud) e della Soprintendenza ai Beni Architettonici e Culturali della Regione Lombardia, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha apposto ufficialmente il sigillo al Decreto Ministeriale che consacra l'ippodromo di San Siro monumento nazionale.
La Soprintendenza, dopo aver valutato gli aspetti storico-culturali dell'ippodromo "un complesso di alto valore monumentale risalente all'inizio del '900... Una struttura dal valore non solo architettonico ma culturale in senso lato, dove anche le scuderie rappresentano un pezzo di storia di Milano" ha ritenuto di chiedere al Ministero l'apposizione del vincolo.
IL COMITATONE, che ha raccolto oltre 11.000 firme a favore del vincolo, esprime soddisfazione per il risultato conseguito e, forte del seguito di migliaia di cittadini e di quanto ha dichiarato la Soprintendente Carla di Francesco: "E' evidente che esistono anche interessi ambientali, di verde, e la molteplicità delle richieste di intervento da parte dei cittadini lo dimostra", continuerà a battersi presso tutti gli enti competenti a livello locale e nazionale affinché anche le aree attualmente non inserite nella richiesta di vincolo monumentale diretto siano preservate dalla speculazione come bellezze d'insieme e mantenute al servizio dell'ippica e della città. La stessa Soprintendenza, in questo senso, ha già chiesto di poter organizzare una riunione con il Comune.



scritto alle 22:08 ::    COMMENTI

La Società


 


Fegato Granata, Aprile 2000


LASCIAMOCI COSI', SENZA RANCOR

Sopravviveremo. Dopotutto ne abbiam viste tante, no? Non so, mentre scrivo, come andrà a finire. Sono mesi che ce la menano, anzi, che Aghemo ce la mena. "Una cosa è sicura" dicono gli amici granata al bar "se al posto di Aghemo e Cimminelli ci fosse stato Ferrero o Lavazza, la trattativa sarebbe già conclusa da mesi". Bella scoperta. Ferrero e Lavazza, se comprassero (ma non comprano, statene certi, per la solita ritrosia sabauda a rompere gli equilibrî di corte) comprerebbero per sé, mentre Aghemo e Cimminelli comprano per conto della feroce. E neanche del tutto.


Cimminelli non si cura neppure più di nascondere, parlando con gli amici, che gli interessa l'affare del Filadelfia. Faussone si è sganciato dalla cordata, però, e la cosa è stata letta come avvisaglia che i permessi per un Fila da campionato non sarebbero mai arrivati. Al massimo sarebbero arrivati quelli per un Fila da allenamenti, con annesso museo, sede, eliche di Superga, lapidi e tutto l'armamentario bastante a farlo battezzare da Novelli "stadio della memoria", e noi saremmo dovuti andare a giocare a juvelandia.


Però un campo lo devono pur fare, anche piccolo, altrimenti la Regione non gli concede la variante al Piano Regolatore per fare il grand hotel, il garage sotterraneo, i negozi e tutte le altre cose che gli fan gola. Ma a Faussone il ripiego non interessava. Campo piccolo, business piccolo, campo grande business grande. E' la squadra di A che attira popolo, lo sa bene la juve che non molla il suo progetto sul Delle Alpi e juvelandia alla Continassa.


Ormai con il calcio che dilaga in TV ci sarà sempre meno gente disposta a spostarsi per una semplice partita. Devi offrirgli un pacchetto di servizi, come nelle shopvilles. E infatti a juvelandia Giraudo vuole fare una roba tipo le Gru, dove accorrono centomila persone al giorno d'estate solo perchè dentro ci sono negozi, ristoranti, bar e aria condizionata. La gente ci passa le ferie, alle Gru. E così dovrà essere a juvelandia. Vai lì la mattina con la famiglia, ti lavano la macchina, ti cambiano l'olio, tua moglie va dal parrucchiere, i ragazzi vanno in piscina o al parco giochi (stile Gardaland, mica un luna park qualsiasi), poi un bel pranzetto in uno dei tanti ristoranti e infine la partita. Perchè sì, c'è ANCHE la partita, già compresa nel prezzo del pacchetto. Tua moglie invece, che non ama il calcio, andrà al cine in una delle multisale, tua figlia maggiore a dimenarsi in una delle discoteche. Poi qualche acquisto, la macchina rigenerata, e via per casa, che bella giornata, papà, torniamo fra due domeniche! Questa sarà juvelandia. E siccome la domenica rende meglio se allo stadio gioca una squadra bisogna che al Delle Alpi giochi anche il Torino. Così non ci sono domeniche buche.


Questo è il grande business, e la Fiat lo vuole lì, con lo stadio già fatto (appena Castellani glielo regala diventa, da orribile che era, l'ottava meraviglia del mondo, celebrata da tutti gli architetti del pianeta) e il terreno tutto intorno gratis, la tangenziale a un passo. Agnelli vuole la Continassa, e l'avrà. Il Torino non protesterà, perchè sarà suo, cioè controllato da un suo scherano. Et voilà.


Che tristezza. Ci sono storie che mi attraversano il cervello, mentre penso a tutto questo, storie che non vorrei aver sentito. C'è di mezzo un certo Mustafà Masud, console onorario di Giordania, definito da Heiman "fiduciario del gruppo Cimminelli". E' quello che l'anno scorso ebbe due contatti con gli emissari di Bakrie per sapere in mano a chi fosse realmente la maggioranza azionaria del Torino.


Eccolo lì, Masud, che spunta nella vicenda Cimminelli-Toro. Ma state a sentire il resto. Masud e Cimminelli sono legati a filo doppio. Cimminelli è consigliere d'amministrazione nella Giovannini, l'azienda di materie plastiche di Masud, e Mustafà è consigliere delegato nella Ergom, la ditta-pilota del gruppo Cimminelli. Consigliere delegato, pensate un po', con delega "alle pubbliche relazioni". Le pubbliche relazioni di Cimminelli le fa un faccendiere internazionale arabo che gira con la pistola sotto l'ascella e due gorilla al seguito, in macchina blindata.


E proprio quella macchina blindata ebbe due mesi fa un terribile incidente uscendo ai 230 all'ora dal sottopasso delle Molinette e distruggendo mezza dozzina fra macchine e autocarri posteggiati nel controviale di Corso Massimo. Nell'incidente morì una ragazza di vent'anni, figlia dell'editore del Borghese, Altea. La macchina era guidata dal figlio ventenne di Masud, che aveva già sfasciato la Ferrari paterna qualche tempo prima, oltre la sua. Quella sera aveva conosciuto in discoteca la figlia di Altea, e con lei ed altri tre amici era partito nella notte, in una folle corsa.


Quando alle tre del mattino lo hanno portato al CTO, c'erano già, racconta Altea, tre uomini in borghese che hanno diffidato i medici dal fare quasiasi analisi al ragazzo senza l'autorizzazione del magistrato. Ma il più stupefacente, per quanto riguarda il Torino, è successo due giorni dopo. Al povero Altea, fra le cento telefonate di condoglianze, arriva anche quella della juve. E' Mario Rigoni all'apparecchio. Altea trasecola. Lui tifa toro, tiepidamente, ma la figlia morta sì, lei era proprio una granata convinta, tanto che l'han seppellita con la sciarpa granata sulla bara. Possibile che telefoni la juve? Lui, poi, non è un anonimo cittadino che potrebbe sentirsi onorato da una telefonata della juve. Dopotutto è l'editore di un settimanale a diffusione nazionale. E invece, ecco: dopo le condoglianze di rito arriva l'avviso: «guardi, è meglio che lasci tranquillo il signor Masud, è un uomo molto vicino ai vertici Fiat ed è persona gradita a noi della juventus».


 Credo che il tenore della telefonata sia abbastanza chiaro per non costringermi ad usare paragoni siculi. E qui finisce anche il collegamento col Torino. Rimangono sullo sfondo un padre affranto, una ragazza morta, ed emerge questo personaggio atipico, che ha contattato Bakrie per comperare il Torino come fiduciario di Cimminelli, ma è "persona gradita alla juventus". Fate un po' voi.


I genovesi non sono certo degli stinchi di santo, con i loro truschini a Giakarta e le loro azioni sparse nei paradisi fiscali, ma di fianco a certa gente fanno la figura dei nanetti di Biancaneve. Sono dei simpatici gaglioffi, dei giocatori di poker che hanno letto il bluff della Fiat e la tengono sul filo, a costo di perdere il piatto. Come farebbe qualsiasi buon giocatore di poker. Non lo fanno sulla pelle del Torino, anzi, il Torino l'hanno seguito fin qui come neppure Pianelli, neppure Rossi lo seguivano, anche se l'han fatto per interesse di bottega.
Hanno commesso anche degli errori, ma hanno ricucito con la Curva un rapporto che Calleri aveva calpestato con volgare e gratuita violenza. Hanno dei debiti, va bé. E chi non li ha? Aghemo, forse, che non ha ancora pagato i tipografi per Il Filadelfia? Cecchi Gori, che essendo sotto scalata da parte di Stream ha un tale bisogno di liquidi da dare in giro assegni scoperti? Ferlaino, che ha due aziende del suo gruppo sotto fallimento, e ha appena dovuto vendere metà del Napoli per 105 miliardi? A proposito: mi devono spiegare perchè il Napoli, che è in B e non ha certo una rosa superiore alla nostra, vale 210 miliardi, e il Toro 90. Avrà più pubblico, ma il divario resta sempre troppo.


Ma torniamo ai genovesi. Probabilmente se ne andranno. Probabilmente anche noi torneremo in serie B, o forse ci salveremo per un pelo all'ultima giornata, come ha sempre detto Mondonico. Comunque, se torneremo in B, avremo mancato l'obbiettivo per un soffio. Non è un bilancio disastroso per dei novellini a cui qualcuno ha fatto terra bruciata intorno. Loro ci han provato, la gente diceva che non ne capivano di calcio, di arbitri e di intrighi, e loro umilmente hanno assunto Pavarese, l'ex braccio destro di Moggi. Di più non si poteva. Ma forse è stato proprio quello il loro errore peggiore. Si sono messi nelle fauci del lupo.


Io non ci credo che Pavarese all'improvviso sia diventato imbranato come l'ultimo dei pivellini Non ci credo che non riuscisse a vendere Ferrante, per esempio. Era pur sempre il capocannoniere della B, e con 28 gol. Non ci credo che non sia riuscito a piazzare quasi nessuno dei nostri "pesi morti". Non ci credo che Ganz, Morfeo, Pirlo abbiano snobbato il Torino, che in un curriculum è sempre una tappa prestigiosa, preferendo il Verona, il Venezia o la Reggina. C'è qualcuno che gli ha legato le mani, a Pavarese, che gli ha sbarrato il passo sui mercati. O che lo ha spedito da noi già con l'incarico preciso di tenerci con la testa sotto. Così il Torino sarebbe costato meno. Pensateci bene. La campagna inaudita del Tuttosport, del Filadelfia, la faccenda di Masud, tutto converge.


 Vale la pena prendersela con i genovesi? Io dico di no. Se partono li saluto senza rancore, e aspetto che il tempo faccia il suo lavoro. Se non io, mio nipote Leonardo rivedrà il Torino bello, il Torino forte, il Torino coraggioso e libero di suo nonno, e io me lo godrò dalla nuvola granata, con quelli di Superga.



Manlio Collino



 







 


19 APRILE 2000: TUTTOSPORT VINCE LA BATTAGLIA PER IL SEQUESTRO DEL TORO


 



 


Tuttosport, 20 Aprile 2000


19 APRILE 2000: LA LIBERAZIONE GRANATA


Xavier Jacobelli


Il giorno era un lunedì. Lunedì 22 febbraio 1999, Sant'Isabella. Pioveva. Alle ore 15.30, un signore si presentò a Tuttosport e chiese di me. «Buongiorno, mi chiamo Giuseppe Aghemo, sono nato a Torino il 27 settembre 1942, sono il presidente del Moncalieri. Nella vita faccio il dirigente dell'Unione Industriale di Torino. Sono venuto da lei perché Tuttosport è il giornale più importante dei tifosi granata. A loro voglio dire: compro il Toro». Il giorno dopo, Tuttosport pubblicò in prima pagina: «Aghemo: compro il Toro».


Per il solo fatto di aver pubblicato l'intervista con lui, la dirigenza del Torino Calcio nelle persone dei signori Massimo Vidulich, Roberto Regis Milano, Davide Palazzetti e Renato Bodi, ha scatenato una guerra senza quartiere contro questo giornale, fondato il 30 luglio 1945 da Renato Casalbore, scomparso a Superga con il Grande Torino il 4 maggio 1949. Ieri la guerra è finita, Vidulich e soci l'hanno persa, il Torino è stato liberato. Hanno vinto Tuttosport e i veri tifosi del Toro. Ma non abbiamo dimenticato nulla di questi 422 giorni e non lo dimenticheremo mai, in attesa che la magistratura concluda il suo lavoro. Ne siamo sicuri: risulterà proficuo e oltremodo interessante.


Non abbiamo dimenticato gli striscioni d'insulti contro Tuttosport esposti allo stadio Delle Alpi senza che uno straccio di dirigente o portaborse di Vidulich muovesse un dito per rimuoverli o condannarli.


Non abbiamo dimenticato che quegli striscioni hanno portato fortuna: ci avevano augurato il fallimento, ma negli ultimi due anni Tuttosport ha incrementato le proprie vendite del trenta per cento. Dev'essere stato il frutto del solito complotto terroristico-destabilizzante ordito dai poteri forti di Torino, per usare il lessico in voga in questi tre anni lampadati. Non abbiamo dimenticato la spedizione punitiva di un gruppo di squadristi in tribuna-stampa contro quattro giornalisti di Tuttosport, minacciati di pestaggio in occasione della partita Torino-Bari (17 ottobre 1999).


Non abbiamo dimenticato le cordiali espressioni di solidarietà formulate dal signor Massimo Vidulich dopo il raid: «Se ci si permette di scrivere certe cose, non ci si può stupire poi se i tifosi reagiscono in un certo modo e si lasciano andare ad atti di violenza. È inutile poi parlare di prevenzione. Tuttosport deve stare attento a non fomentare disordini con la cattiva informazione derivata oltre tutto da dati sul nostro conto che sono sbagliati». Sbagliati come gli 85 miliardi 999 milioni di debiti certificati dal bilancio ufficiale al 30 giugno 1999? Sbagliati come i 6 miliardi 702 milioni di debiti con il fisco? Sbagliati come i 666 milioni di debiti con l'Inps? Sbagliati come i 28 miliardi 967 milioni di passivo certificato nelle stagioni '97-'98 e '98-'99?


Non abbiamo dimenticato, anzi, li abbiamo gelosamente conservati, gli insulti, le minacce anonime e le note redatte da alcuni velinari di regime che già ieri sera, per non sapere né leggere né scrivere hanno fatto il salto della quaglia, sdraiandosi davanti a Cimminelli e Aghemo.


Non abbiamo dimenticato la mancata difesa di Bucci nel caso Pieroni e l'inesistente peso politico nel Palazzo del calcio dove bisognava ruggire contro i torti arbitrali subiti dal Torino e pare che non abbiano nemmeno belato.


Non abbiamo dimenticato i quattro silenzi stampa e l'apartheid per i cronisti di Tuttosport ad Orbassano, dove per mesi è stato vietato loro l'accesso all'area interviste con tanti saluti alla libertà d'informazione, alla tutela dei diritti di chi vuole informare, alla Lega Calcio che di questa situazione se n'è sempre fregata. Come se n'è sempre fregata che il presidente del Torino, unico fra i 38 di A e B, in tre anni e un mese non abbia mai comunicato pubblicamente il nome del vero proprietario del club, il cui 66% era detenuto dalle società Carrob e Pan KB, aventi sede nel paradiso fiscale delle Channel Islands e capaci, con un capitale sociale di 16 miliardi di lire di gestire la maggioranza delle azioni granata.


Queste cose Tuttosport le ha scritte sulle edizioni del 25 e del 26 giugno 1999, a firma di Fabio Ravezzani e non è mai stato smentito. Memorabile la domanda del signor David, il funzionario inglese che, al quesito del nostro inviato (Conosce il signor Vidulich?), rispose: «Vidulich chi?».


In assoluta solitudine Tuttosport ha sistematicamente denunciato per primo i ritardi del Torino Calcio nel pagamento del canone d'affitto dello Stadio Delle Alpi, i ritardi nel pagamento degli stipendi dei giocatori, i ritardi nel pagamento di Edman e Lantz all'Helsingborgs, il mancato pagamento di Diawara al Monaco, lo smantellamento del settore giovanile (mitica la dichiarazione di Vidulich a proposito di Comotto e Semioli: «Sono incedibili»), la mancata soluzione del caso Filadelfia, le promesse non mantenute sullo sbarco in Borsa, il fallimentare mercato, giù giù sino al tentativo di cessione di Pellissier, Tiribocchi e Grauso, fortunatamente abortito in questi giorni e all'utilizzazione del marchio societario per la campagna elettorale del signor Claudio Sala.


L'unica cosa buona che Vidulich e soci hanno fatto in tre anni è stata la promozione in serie A, conquistata con una stagione di ritardo. Poco, troppo poco, anche perché, se il campionato finisse oggi, il Toro sarebbe di nuovo in B.


Dopo tre anni di scatole cinesi e di misteri, finalmente il Toro ha un padrone con nome , cognome e ragione sociale. Questo è già un buon punto di partenza. Siamo curiosi di sapere quali e quante macerie devono rimuovere Aghemo e i suoi uomini mettendo piede in sede. Trovano una società da rifondare e una squadra da rincuorare perché tenti la disperata impresa della salvezza. Nessuno chiede ai nuovi proprietari di vincere lo scudetto o di andare in Champions League, come nessuno l'aveva chiesto ai vecchi. Tutti i tifosi del Toro hanno diritto, esigono, una overdose di dignità. Vogliono una società che funzioni, che abbia i conti in regola, che pensi in grande. Vogliono una squadra competitiva che si batta con orgoglio contro chiunque e tragga linfa vitale dal proprio vivaio, un vivaio da ricostruire e da rilanciare. Vogliono un presente e, soprattutto, un futuro. Vogliono lo stadio Filadelfia. Non vogliono più essere condannati al piccolo cabotaggio di chi si arrangia per vivere e vive arrangiandosi. Non vogliono più essere presi per i fondelli. Non vogliono più sentirsi fare promesse che non verranno mai mantenute.


Il Toro è il Toro, alla faccia di chi lo vuole morto e ha cercato di farlo fuori, di chi lo snobba e di chi non lo ama. Tuttosport e qui, come sempre, a tutelare gli interessi del Toro e dei suoi veri tifosi. Se i nuovi padroni saranno all'altezza della situazione, saremo i primi a celebrarli. Se faranno come quelli che li hanno preceduti, saremo i primi a batterci per cacciarli. In materia, abbiamo una certa esperienza.


 







 


 



INDEPENDENCE DAY GRANATA


Mercoledì le forze aliene genovesi sono state cacciate.


L'armata granata guidata da Francesco Cimminelli e Beppe Aghemo ha sconfitto le ultime resistenze e gli ultimi banali tentativi di mantenere l'occupazione del Pianeta Torino contro la volontà di tutti i suoi tifosi.


La Guerra è stata lunga, i conquistatori inizialmente avevano promesso al popolo granata che avrebbero proposto un Toro forte. Lo avevano riportato sul Pianeta A, ma poi hanno disatteso tutte le promesse: dalle miniere misteriose sparse in chissà quali posti reconditi del mondo, non è più affluito l'oro necessario per proseguire sulla Strada Promessa. Non solo, ma piano piano, hanno fatto precipitare la squadra verso il Buco Nero della B.


Soltanto Beppe Aghemo potrà dare nelle prossime ore quell'entusiasmo ad allenatore e giocatori che potrebbe salvarci.
Una guerra lunga finita con la Grande Vittoria. Il Pianeta Toro è tornato a gente dal Cuore Granata. Cimminelli e soci hanno riaperto le miniere.
In A o in B il Toro sarà competitivo. Verrà rilanciato il vivaio, saranno trattenuti i giocatori migliori a partire dal giovane astro nascente Pinga.


Tra quattro settimane dopo le battaglie galattiche del campionato si tireranno le somme. Intanto parallelamente è cominciata la disinfestazione per le scorie lasciate dagli alieni genovesi e dai vari intrallazzatori politici, che avevano cercato di infettare la Terra Granata.


Da mercoledì il Toro inizia una nuova Grande Avventura da vivere nel
nome di quella Fede mai assopita, ma che qualcuno voleva cancellare.


Grazie Francesco.


Grazie Beppe.


Grazie Tuttosport.


Carlo Vetrugno (Vice Direttore Generale Mediadigit)


Comparso su mediavideo il giorno dopo l'acquisto del Toro da parte di Cimminelli.







Cimminelli: la vacanza chiamata Torino



CANTALUPA (To), 6 agosto 2001 - In ferie ci andrà per forza, qualche giorno a cavallo di ferragosto a Montegiordano, terra natia in provincia di Cosenza, un cucuzzolo che si affaccia sul mare, una manciata di case dove Francesco Cimminelli è nato. Il patron granata, convinto che ogni minuto dedicato al riposo è tempo sprecato al business, al guadagno, non staccherebbe la spina se non vi fosse costretto.

Chiusa la Fiat e l'indotto auto, sulla carta la Ergom, l'azienda del patron del Torino che produce cruscotti e stampati plastici per automobili, potrebbe chiudere i battenti. Con altri capitani d'industria sì, non con Cimminelli che lo scorso week-end, moglie e figli al mare, lo ha trascorso in tribuna a Vercelli il sabato e a Cantalupa la domenica a pranzo con Camolese. "Solo perché i miei collaboratori erano tutti al mare, loro sì possono permettersi un po' di vacanza" il commento tra l'ironico e l'indispettito del patron granata.

"C'è tanto da fare, da progettare i piani di sviluppo di una società di calcio che tra pochi mesi dovrà andare avanti da sola, reggersi sulle proprie finanze, il futuro legato al centro sportivo di Borgaro e lo stadio Delle Alpi da mettere a punto, e poi ci sono le mie aziende, quelle vere, quelle che producono utili da tenere sotto controllo, da sviluppare".

Per Cimminelli, tifoso juventino colpito una mattina dalla folgore granata e sollecitato all'avventura dal management Fiat, il Toro è business e poco più, come il Lecco o la squadra polacca dello Zaglebie, tutte società di calcio di proprietà. Quello di domani sera sarà un triangolare particolare, una sfida in famiglia, il suo giocattolo. Torino per quello che poteva e può rappresentare il Filadelfia, un'area commerciale appetibile, uno stadio e la borsa.

Lecco su invito dei cugini bianconeri, un'operazione salvataggio e rilancio passata dalle mani di Riccardo Calleri e Luciano Moggi, lo Zaglebie, squadra iscritta al campionato di B nata come dopolavoro per i dipendenti di un'azienda consociata alla Ergom. Per questo ed altro domani sera Cimminelli che lo scorso anno in trasferta non ha mai seguito il Toro con regolarità, sarà in tribuna per un triangolare d'agosto, per il "primo trofeo interaziendale Cimminelli".


Francesco Bramardo (La Gazzetta dello Sport)



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Ricordi del Filadelfia


 


Alè Toro 1974



FILADELFIA, UN TEMPIO DEL CALCIO



Correva l'anno 1926 e presidente del Torino era il conte dott. Enrico Marone Cinzano; per sua iniziativa fu costituita una "Società Civile Campo Torino", con numerose aliquote di capitale divise tra i soci, a fondo perduto, ovviamente allo scopo di sovvenzionare la costruzione del campo sociale. Lo progettò un tecnico di casa, il prof. ing. Gamba, valoroso insegnante al Politecnico torinese, sportivo autentico, ex-campione italiano di lotta e sollevamento, il campo di gioco fu costruito secondo i più funzionali dettami della tecnica, con impianto di drenaggio e "pelouse" sul modello dei campi inglesi. Fu opera dell'impresario comm. Filippa, un altro "entusiasta granata al cospetto di Dio" (il termine e di Umberto Maggioli).


Dinanzi a 15.000 spettatori - un primato per quei tempi - il campo fu inaugurato il 17 ottobre 1926, in occasione della partita di campionato contro la "Fortitudo" di Roma, guidata dal povero e bravo Attilio Ferraris (IV). Da quel giorno, per molti anni, il Filadelfia fu il campo di casa.


Il 13 dicembre 1931 fu la sede della partita internazionale Italia-Ungheria, vinta dagli azzurri per 3 a 2, con un gol del povero e bravissimo Renato Cesarini, che segnò negli ultimi secondi della partita, creando la "zona" che ancor oggi viene definita con il suo nome.


A causa dei bombardamenti aerei del periodo bellico il campo del Filadelfia subì danni ingenti, fu cioè considerato glorioso mutilato di guerra. Il presidente comm. Novo, con l'aiuto federale e di facoltosi esponenti della Società, dedicò una radicale opera di riparazione e restituì all'impianto la sua funzionalità.


Il Grande Torino conquistò al Filadelfia talune delle sue più brillanti vittorie. Nella partita Torino-Lazio del 30 maggio 1948 la squadra risalì un passivo di 0 a 3 e si impose per 4 a 3. Per gli amanti delle statistiche: il campo conservò la sua imbattibilità, sia pure con la parentesi dell'inattività bellica, dal 31 gennaio 1943 fino al 6 novembre 1949.


A pochi metri dal terreno di gioco, che presentava una visualità quasi perfetta, stavano gli spettatori, cioè premeva il "tifo": più la squadra era in difficoltà più il "tifo" aumentava. Una folla che amava i suoi colori e dimenticava qualunque cosa per essi. Quando i granata si scatenavano all'attacco in certi "quarti d'ora" il pubblico si alzava in piedi e l'incitamento era un coro possente, un urlo indescrivibile, Alzi la mano chi non ricorda Bosia, il capo dei tifosi granata, e il suo famoso grido "Alè Campioni", e la tromba del capostazione Bolmida, che suonava la carica.


Ormai il Filadelfia accenna chiaramente l'evidente oltraggio degli anni e un giorno sarà abbattuto. La realtà prevale sui sogni della giovinezza lontana, sui sogni dove ormai è difficile separare la generosità dalla retorica.


Ritornammo al Filadelfia qualche giorno dopo Superga. Erano presenti ventimila persone. I posti popolari erano stipati come nei grandi giorni della grande squadra. Contro il Genoa avrebbero giocato i ragazzi che godettero degli insegnamenti e del tenace lavoro del povero Lievesley: Vandone, Motto, Mari, Macchi, Giuliano, Ferrari, Lussu, Francone, Gianmarinaro, Marchetto, Balbiano. L'istante in cui dai gradini del sottopassaggio, invece della bionda testa di Capitan Valentino, era spuntato il viso di un ragazzo.


Chiedo scusa: non posso proseguire.



Giovanni Balma


 



 







 


Il Teatro del Grande Torino



Non avevo ancora dieci anni quando quel terrapieno di Superga si inghiotti il Grande Torino. non molti quindi, ma quanto basta per avere due nitidi ricordi, due minuscole scintille di memoria, casuali, eppure già capaci di raccontare quale straordinario compagno di viaggio sia stato in quegli anni il Torino per la sua gente.


Ricordo un gol, forse di Romeo Menti, di cui mi colpì la traiettoria rocambolesca del pallone, al punto che dubitai della volontarietà di quel tiro; fui immediatamente rassicurato da un signore al mio fianco... mi garantì che nulla era successo per caso. Ebbene, nell'intervallo (allora i giocatori usavano giochicchiare tra un tempo e l'altro), Menti rifece lo stesso tiro tre volte... tre gol identici!


Ricordo, ancora, un calcio d'angolo a sfavore e Bacigalupo saltellare vistosamente nella sua area piccola, e un anziano signore che, rivolgendosi a me con aria di chi vuole preparare un bambino ad una piacevole sorpresa, in dialetto piemontese, mi disse: «Quando Baciga salta così, e perché sta per combinare qualcosa»... e Baciga spicco un gran salto e, sopra una mare di teste, bloccò il pallone.


Che non fosse solo una squadra di calcio è fin troppo ovvio...in quegli anni di costruzione, il Grande Torino era un magnanimo dispensatore di leggerezza, un sorriso garantito ogni settimana, un sogno in carne e ossa con cui rasserenarsi... li potevi trovare là, ogni due settimane, in Via Filadelfia, in quel magico salotto dove ci si incontrava e ci si conosceva... la festa era garantita.


In una parola, il Grande Torino era affidabile... Valentino e compagni non hanno mai tradito, come confermano quei due, minimi, episodi che ho ricordato.


E che dire del fatto che siano stati tra i primi italiani ad essere invitati ed applauditi all'estero, un patrimonio non solo cittadino, un'efficace icona della vita che si risveglia dopo il buio della guerra?


Il ricordo di quell'immane tragedia ha cementato sentimenti forti e veri.


L'amore per questa maglia, dal colore così carico di passione, permette ancor oggi - a noi del Toro - di attraversare il fin troppo avvilente mondo del calcio odierno con un pizzico di orgoglio: l'orgoglio di chi ha buone ragioni per sentirsi ancora un po' 'altro'... quelle maglie sono state indossate dai ragazzi che, nella memoria di molti tifosi, erano molto più che semplici calciatori.


Forse, anche se può sembrare una bestemmia, noi del Toro siamo fortunati.


Gian Carlo Caselli



***



Alla mia età i ricordi sono folate repentine. Impetuose certe immagini te le vedi quando meno te l'aspetti.


Per dire: quando con Paolo - il tosto, il capo - e mio cugino Dario - un placidone che di suo non si sarebbe mai sognato - entravamo gratis al Filadelfia scavalcandone il modesto muro di cinta, inseguiti dalle blande reprimende degli addetti alle tornelle d'ingresso.


O il cenno d'intesa - secco, preciso - col quale capitan Valentino Mazzola ordinava alla squadra «adesso facciamo sul serio». Perché il Toro è sempre stata squadra di cuore e di combattimento, ma il Grande Toro era anche così grande rispetto alla maggior parte degli avversari che a volte iniziava al piccolo trotto concedendosi dei bei venti minuti di melina.


O quella volta, credo fosse nel '47, Toro-Modena 1-0, il Toro che stentava e il popolo granata sugli spalti che "trepilava" come dicono a Milano. Davanti a noi (sempre noi: Paolo, Dario ed io) un signore esponeva le sue preoccupazioni al suo vicino di gomito e intanto - discuti, discuti - si infila la sigaretta in bocca, estrae un cerino dalla scatola (quella con l'elastico! Chissà se qualcuno se la ricorda), lo accende e involontariamente lo accosta alla nuca del vicino sottostante. Ancora vedo la fiammella azzurrognola che corre tra i capelli; vedo lo spavento dell'incauto incendiario e le manate che si affanna a dare sulla nuca del malcapitato per spegnere il fuoco e soprattutto vedo lo sventurato abbrustolito che, tutto preso dalla partita, non s'accorge di nulla, manco si gira, limitandosi a gridare «non spingete li dietro per la m..., non spingete». (Giuro! È tutto vero! L'ho visto con i miei occhi).


E quella volta che ci siamo costruiti uno stendardo con una canna strappata a una balera di Pozzo Strada e sopra ci abbiamo innestato un toro rampante di latta. E siamo andati a Toro-Juve 1-0, gol di Gabetto in mezza rovesciata a due metri dalla linea di Sentimenti IV alla metà del primo e quell'omaccione dietro di noi che mi strappa lo stendardo e si mette a rotearlo cantando 'Bandiera Rossa' e, passata l'euforia, me lo restituisce con la canna squassata, il povero toro di latta afflosciato.


Amici, amici non voglio più ricordi per me. Respingo la sindrome del genoano. Voglio che altri ex ragazzi tra cinquant'anni abbiano altri ricordi di un altro Grande Toro e di un nuovo Fila.


Bruno Voglino


 


Fonte: A.V., Mitissimo, Toro Club GPO Melfi


 



 







 


CON LA MORTE NEL CUORE

Pochi giorni dopo la tragedia, il Consiglio Federale della F.I.G.C. decise di approvare la proposta presentata ufficialmente dall'Inter e dal Milan, unitamente a quella di altre società e, in particolar modo, della Juventus. Il Torino venne così proclamato campione per la sesta volta, la quinta consecutiva.

Mancavano quattro partite alla fine della stagione e venne lasciata facoltà ai dirigenti granata di schierare una squadra di giovani, senza preoccupazioni di classifica. Toccava a noi, dunque, scendere in campo per onorare quello scudetto e la memoria di Capitan Valentino e dei Compagni.

Iniziammo gli allenamenti con la morte nel cuore. Debuttammo al Filadelfia il 15 maggio contro il Genoa, che schierò anch'esso una formazione di ragazzi. Un gesto cavalleresco che venne poi imitato anche da Sampdoria, Palermo e Fiorentina. Tuttavia, voglio sottolineare che fra questi ragazzi vennero schierati giocatori che avevano già guadagnato la serie A, come Corradini e Odone del Genoa.

Ci presentammo al Filadelfia con addosso i segni della tragedia. Notai subito che la squadra non riusciva addirittura a respirare, tanta era l'emozione. Non dimentichiamo che per tutti noi la maglia granata era qualcosa di speciale, per quel colore avremmo fatto chissà cosa, qualsiasi sacrificio. Ci eravamo sempre aiutati a vicenda, dentro e fuori dal campo, per il bene della società. Forse, proprio per questo motivo, il Torino è stato grandissimo. E poi il pubblico, intenditore, che sapeva beccare il campione al momento giusto, ma che in ogni occasione sosteneva comunque la squadra.

I primi cinque minuti contro il Genoa furono un tormento dell'anima. E proprio quel pubblico intuì immediatamente la situazione: dagli spalti del Filadelfia s'alzò la celebre carica, suonata dalla tromba di Bolmida. In campo c'era pur sempre il Toro, perbacco! Il Toro doveva risorgere! Ah, fantastico "Fila".

Segnò Marchetto nel primo tempo. Poi, ancora Marchetto raddoppiò nella ripresa, seguito da Gianmarinaro e Lussu che su rigore fissò il risultato sul 4-0.

Oberdan Alfredo Ussello


Fonte: Oberdan Alfredo Ussello, Filadelfia, la fossa dei leoni, Graphot


 



 







 


ANNI EROICI

A Torino arrivai nell'estate del '54. Ero reduce da Catania, tre campionati culminati nella prima, storica promozione in serie A. Entrai per la prima volta nel cortile dello stadio Filadelfia con un'emozione sottile, era il giorno del raduno, delle presentazioni ufficiali e dei buoni propositi. Ricordo che mi feci largo a fatica tra la gente granata che affollava il cortile, ansiosa di riabbracciare i vecchi giocatori e di far la conoscenza dei nuovi. E senza dir nulla a nessuno attraversai un breve corridoio e imboccai il sottopassaggio: quello da dove fino a cinque anni prima sbucavano Mazzola e Gabetto, Castigliano e Maroso. Era una giornata di luglio, caldissima. Ma io avevo la pelle d'oca. Dal cortile saliva il vociare dei tifosi. Io deglutii a lungo, diedi un ultimo sguardo panoramico per imprimermi bene i contorni di quell'arena della leggenda e quando entri in spogliatoio per conoscere i nuovi compagni sentivo già, dentro di me, che quella squadra, quella maglia non me la sarei più sfilata dal cuore.
Durò dieci anni la mia avventura granata. In un'altra squadra avrei certamente smesso prima, dai 35 in su quasi mi vergognavo di farmi vedere in calzoncini: ma l'idea dell'abbandono mi suonava come un tradimento. Oggi a distanza di tanti anni sono il primo a riconoscere la componente di retorica. Ma era inevitabile che ci fosse, lì era nato il Grande Torino, lì non aveva mai perso una partita dal giorno della Liberazione a quello della tragedia. Noi indossavamo ancora le maglie di quei fantastici giocatori che il destino si era portati via. Tecnicamente non li avremo mai potuti eguagliare. Potevamo soltanto provare a esserne degni sul piano della dedizione, della serietà professionale. Anche del sacrificio, perché la società continuava a scontare i danni economici di Superga e noi i quattrini li vedevamo quando li vedevamo. Anni eroici, da tutti i punti di vista. Fino al '56 il riscaldamento in spogliatoio non c'era. D'inverno ci toglievamo le maglie gelate e zuppe di fango già sotto la doccia, tremando dal freddo. Eppure non ricordo un solo compagno che non fosse fiero di dover sopportare questi disagi. Era il prezzo da pagare per tener viva la fiammella di Capitan Valentino.

Enzo Bearzot

Fonte: A.V., Il Toro e il Giglio, Scramasax

 



 







 


I vecchietti del Fila



Il Filadelfia era la mia seconda famiglia. Anzi, quasi stavo più al Fila che allo stadio. Noi giocavamo in 13. Undici giocatori, più il senso di fratellanza che faceva 12 e i tifosi che erano il 13.


Del Fila ricordo più di tutto gli anziani. Un gruppo di vecchietti che stava sempre lì, a tutti gli allenamenti.


Ci parlavano, raccontavano del Grande Torino, vivevano a proverbi, a «ti ricordi quando», ci davano il loro dialetto e ti facevano sentire la passione. Loro il Grande Torino l'avevano visto. Negli Anni 60 il mito era ancora enorme, presente come se appena il giorno prima: Superga. Lo toccavi, il ricordo. Anche Rocco lo sapeva, una volta gli chiesi come dovevo giocare e lui mi rispose: «Come Valentino Mazzola». Non poteva essere una spiegazione tattica, era un richiamo, un'eco.


Non potevi essere insensibile alla storia, l'eredità era pesante. E se non avevi sangue nelle vene, le trasfusioni te le facevano quei vecchietti. Giocatore da Toro diventavi sempre e comunque: bastava stare qualche anno al Fila. Quei vecchietti me li ricordo ancora tutti, tutti i volti, a uno a uno. Oggi molti non ci saranno più, saranno morti. Ogni tanto guardo gli album di fotografie che mi ha regalato mio suocero, rivedo le immagini di quell'epoca e davanti agli occhi mi passano loro. I vecchietti cari del Fila, quelli del Grande Torino, quelli che ti davano coraggio e ti facevano sangue. Vorrei averli una volta qui accanto a me, tutti assieme per una foto ancora, e sarebbe una foto proprio bella, la più bella di tutte.


Giorgio Puia


 


Fonte: Tuttosport, 22 marzo 1999


 



 







 


«Io respiravo bene, pulito, soltanto quando ero al Fila»

Sembrava che a Torino dovessero stare solo loro.
Sembrava che fosse vietato anche solo esistere, lottare, sfidarli.

Sembrava che la Juve non dovesse avere rivali.
Non solo dovevano vincere sempre loro, ma noi non si poteva nemmeno combattere. Sembrava che fosse illecito dire: «Ci siamo anche noi del Toro, perché anche noi siamo forti».
Sembrava che a Torino dovessero respirare solo loro. Ci toglievano anche l'aria quelli della Juve, e io la loro aria non volevo respirarla.
Io respiravo bene, pulito, soltanto quando ero al Fila.

Ma gli arbitri, certi giornalisti, certi manager che giravano nel calcio, certi poteri più o meno oscuri in città. Ecco: con tutti i suoi tentacoli la Juve cercava di non farci respirare. E quelli del suo entourage non avevano nemmeno bisogno di essere comandati: sapevano da soli come muoversi per ingraziarsi la famiglia. reale.
Nella vita ci sono i servi che sono obbligati a fare i servi e quelli che scelgono di diventarlo: il potere questo lo sa.

Il 9 dicembre del '73 abbiamo il derby con la Juve. Al 74' Cuccureddu segna il gol della vittoria. Causio si avvicina alla nostra panchina e comincia a prendermi per i fondelli.
Mi alzo e gli faccio: «Gira al largo».
Ma lui continua e mi manda a quel paese.
Non ci vedo più. Scatto verso di lui, un guardalinee cerca di fermarmi, ma io riesco a raggiungerlo e gli mollo un pugno con tutta la forza e la rabbia che avevo in corpo.

Il giorno dopo presi il primo aereo per Olbia e scappai dai miei.
Rimasi chiuso in casa a pensare e a mordermi le unghie. La mano si era gonfiata incredibilmente, mi faceva un male cane. Mi sentivo in colpa, ero confuso, in trance. Mia madre approvò, mio padre mi criticò.

Al martedì tornai sul continente. L'autista del Toro venne a prendermi all'aeroporto per portarmi al Fila.
Temevo la reazione della gente, dei giornalisti. Pensavo: è finita, adesso mi distruggeranno per sempre. Arrivai all'allenamento che tremavo. E quando vidi una folla enorme di tifosi davanti al campo, mi spaventai. Scesi dalla macchina che ero un cencio. Ma appena la gente mi vide, cominciò a inneggiare, a battermi le mani, a sollevarmi di peso. Mille persone in tripudio per me e solo perché avevo steso uno juventino.
Mi commossi.
Oggi 25 anni dopo, dico: rifarei tutto, gli ridarei quel pugno. Perché quando ci vuole, ci vuole.

Gustavo Giagnoni 

 


Fonte: Tuttosport, 21 gennaio 1999



 







 


L'ultima partita di Giorgio al Fila



L'ultimo incontro l'ha giocato al Filadelfia: i tremendi novanta minuti di Ferrini. L'eroe di tante battaglie calcistiche, il campione granata, questo Cavaliere della Repubblica per meriti sportivi, ha chiuso con lo sport e con la vita. Negli spogliatoio restano le sue scarpe appese al chiodo, nell'armadietto 33. Nessuno osa rimuoverle. Nella camera ardente, in tanti sfilano silenziosi, dinanzi a questa bara già chiusa. Il Torino è stato colpito un'altra volta. Qualcuno piange.


A Pino Torinese c'è un alloggio con le persiane abbassate. Da quando è corsa la notizia si è fatto silenzio attorno. In casa piangono una giovane signora e due bambini, Amos e Cristiana, che da oggi non hanno più il papà. La morte è crudele, lo sport protegge questo dolore, lo isola dalla curiosità della gente. Al Filadelfia una bandiera granata pende a mezz'asta, listata a lutto. Bacigalupo, Ballarin, Maroso... poi Meroni... adesso Ferrini. Il Torino rischia di diventare la squadra più amata d'Italia, proprio per questi tradimenti del destino. Achille è morto, è scomparso il giocatore che, con la sua sola presenza, dava la carica ai compagni e ai tifosi.


Don Francesco Ferraudo è il "padre spirituale" del Torino. Mi conferma: «I funerali avranno luogo qui al Filadelfia mercoledì alle ore 11. La messa sarà celebrata nel capannone là in fondo». Si tratta di un hangar di 35 metri per 15, normalmente adibito alla pallacanestro. Sarà improvvisato un altare, dalla parrocchia vicina giungerà un Crocefisso. Dice Bonetto, il general manager del Torino: «Faremo proprio come era nel carattere di Ferrini. Una cosa semplice, e forse per questo più commovente».


Alla camera ardente si accede attraverso una transenna addobbata in velluto color granata. Il Pellegrinaggio è continuo: cappello in mano, lacrime agli occhi, un rapido segno di croce, un attimo di raccoglimento, tanti ricordi che gonfiano il cuore. Entrano silenziosi alcuni ragazzini con un pallone. Perché sono lì? Risponde Vito Donatone, 15 anni, Via Tunisi 63: «Giocavamo, abbiamo sentito la notizia, siamo subito venuti». «Siete tifosi del Toro?». «No, siamo tutti juventini». «Allora cosa vi ha spinti?». «Ferrini era un avversario ma era anche uno sportivo. Ci creda, ce ne dispiace molto».


Selene Rapisarda, una signora che abita in Via Spano 45. Piange: «Questi ragazzi del Torino sono tutti miei amici. Ferrini, in particolare, mi domandava sempre come stavo. Non mi sembra possibile che adesso sia chiuso lì dentro». Piange anche Vincenzo Pino, segretario del sindacato benzinai: «E' una cosa terribile. Appena l'ho saputo ho chiuso l'ufficio. Ormai, di Ferrini non mi rimane che una sua maglia». Ai cancelli c'è gente in attesa. Per tutti parla Giancarlo Vaj, di 39 anni, nato a due passi da San Siro ma granata da sempre («Proprio perché da ragazzo sentivo le urla dei tifosi del Torino in trasferta»). Dice: «Con Ferrini abbiamo perso un amico e una bandiera. Era l'elemento della nostra riscossa, il simbolo del cuore granata». Una donna :«Giorgio per me era tutto. L'ho visto giovane e l'ho visto morire».



Michele Florio (La Gazzetta del Popolo)



Il Toro è il Toro, sempre. Ragazzi tornate alle origini, alle radici. Bisogna ascoltare ancora quello che ci diceva il grande Ferrini: «Ragazzi, buttiamo il cuore al di là dell'ostacolo e poi andiamocelo a riprendere». Questa filosofia è quella che ci ha portato ottimi risultati, a mettere il naso tra le grandi.


Paolo Pulici



 








 



Città di Torino


La scuola adotta un monumento


SCUOLA MEDIA VICO


v. Tunisi 102



STADIO FILADELFIA


v.Filadelfia 36




a cura di Graziella Grasso e Pierangela Triberti


 


COLLOCAZIONE DEL MONUMENTO NEL CONTESTO STORICO


Non tutti sanno che il vero nome del glorioso stadio Filadelfia, detto semplicemente il Fila, è "Campo Torino"; nasceva con questo nome il 17 ottobre 1926 per volere del Conte Enrico Marone di Cinzano, allora presidente del club Torino F.C. Il progetto fu affidato all'ingegnere Gamba, insegnante al Politecnico torinese, e la costruzione fu eseguita dal commendatore Filippa. Fu inaugurato alla presenza del principe ereditario Umberto e della principessa Maria Adelaide, con la benedizione dell'arcivescovo di Torino Monsignore Gamba.
La prima partita, disputata il giorno stesso, fu Torino F.C. - Fortitudo Roma, con il risultato di 4-0 per il Torino, alla presenza di 15000 spettatori. Lo stadio, situato nell'area dei Mercati Generali, è ubicato in via Filadelfia, da cui poi prese il nome. La rievocazione storica dell'inaugurazione (73 anni dopo) è stata fatta dai ragazzi della scuola media G.B. Vico, il 17 ottobre 1999 con la collaborazione dell'Associazione Memoria Storica Granata, allo Stadio Delle Alpi, prima della partita di campionato Torino-Bari.


MOTIVO DELL'ADOZIONE


Far conoscere ai ragazzi le origini gloriose del vecchio stadio ormai in completo abbandono, depositario della storia di un periodo eccezionale per la nostra città.

ATTUALE DESTINAZIONE E RAPPORTO CON L'AMBIENTE


Attualmente in disuso, con alcuni elementi architettonici di epoca fascista visibili, è in attesa di prossima ricostruzione

METODO DI LAVORO


È stata fatta una prima ricerca di materiali presso testate giornalistiche, personaggi legati alla storia del Grande Torino, la Società Torino; in collaborazione con l'Associazione Memoria Storica Granata, si è poi realizzata una mostra che verrà riproposta in maniera più dettagliata ed articolata.


PROPOSTE PER LA TUTELA E LA SALVAGUARDIA


Mantenere vivo il ricordo del glorioso passato dello stadio Filadelfia, con la speranza di restituirlo alle generazioni future, in modo che possano riflettere su che cosa è diventato il gioco del calcio oggi, e quali erano invece gli antichi valori morali ad esso legati.


 



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